venerdì 13 gennaio 2017

Letture seriali #4 - Il Dipartimento Indagini Paranormali di Fabrizio Borgio

Una Masca di G. Doré
Fabrizio Borgio è uno di quegli autori piemontesi che cercano di metterti paura raccontandoti storie che attingono alle tradizioni del proprio territorio, come Davide Mana (delle sue storie della Valle del Belbo ne abbiamo parlato qui) e Danilo Arona.

In realtà dal vivo fa meno molto meno paura: l'ho conosciuto all'edizione del 2016 di Stranimondi e mi sono piacevolmente intrattenuto a conversare con lui, strappandogli un consenso per un successivo approfondimento. Quindi eccoci qua.


F.: Grazie per essere qui, Fabrizio. So che hai scritto altro al di fuori dei tre romanzi della serie di Stefano Drago e magari ne accenniamo poi alla fine.
Come nasce l'idea di un Dipartimento "istituzionale" per le Indagini sul Paranormale? Su quali modelli?

F.B.: Innanzitutto grazie per l'interessamento e l'ospitalità. Il Dipartimento Indagini Paranormali nasce come espediente, innanzitutto. Avrei potuto fare di Stefano Drago un agente dei servizi segreti, un commissario o un ufficiale dei Carabinieri, il problema era che non essendo mai stato (direttamente) a contatto con queste realtà, la verosimiglianza del personaggio e del suo modus operandi sarebbe risultata risibile. Inventando il DIP invece creavo un ambiente ad hoc, dove potevo farlo muovere in libertà. Come ex sottufficiale dell'Esercito, inoltre, ho sfruttato l'esperienza di dipendente dello Stato per rendere il Dipartimento plausibile. Mi affascinava inoltre l'idea di costruire qualcosa di simile agli X-files dell'FBI ma in salsa nostrana.


F.: "Masche" è il primo romanzo che ha per protagonista Stefano Drago del DIP. Ci proponi una storia che è un vero e proprio horror rurale, naturalmente ambientata in un paesino nel Monferrato, Ubertoso, che pare esistere in un tempo immobile. Il nostro Drago investiga sulla macabra uccisione di due sorelle e si trova a fare i conti con le Masche, mitici esseri ancestrali del Piemonte che traggono i propri poteri dalla terra e dal sangue. La vicenda trae ispirazione dal folklore, rinnova vecchi orrori e li ripropone ancora più potenti nel presente. Fa davvero così paura il Piemonte? Sono ancora così marcate le tradizioni "esoteriche"?

F.B.: Il Piemonte è una regione piuttosto ben caratterizzata che vive una tensione costante tra un'ambizione di progresso e concretezza e un retaggio antico che non si riesce a sopprimere. Se Torino e Ivrea sono stati simboli di tecnologia e ricerca, il Piemonte più rurale mantiene caparbio un legame saldo e viscerale con i suoi miti più ancestrali. Le Masche ne sono un simbolo esemplare. Torino capitale esoterica è un po' la summa di questa anima bipolare che interessa il Piemonte e i piemontesi.


F.: "La morte mormora", seconda indagine di Stefano Drago del DIP parte dalla sparizione dalla biblioteca di un convento di un Libro del Potere, un compendio di magia che può essere utilizzato solo da pochi ("una masca, uno stregone o un prete"). Le tracce lo portano a Serravalle Mormora, dove è avvenuto il macabro suicidio del sindaco del paese. La vita del piccolo paese di provincia viene descritta minuziosamente: i rapporti tra gli abitanti, i rapporti con le tradizioni e con la terra, la chiusura verso gli estranei (Stefano Drago, pur piemontese, è considerato un estraneo). E' un mondo cupo e ostile: "Serravalle funzionava come una macchina del tempo, un luogo nel quale i ricordi si avvolgevano automaticamente. Era una realtà che si ostinava a perpetuare un senso ancestrale, un luogo di convivenza della tradizione che bastava morbosamente a sé stesso e che si sentiva di rispondere alle proprie regole, alle proprie leggi, al di là di qualsiasi convenzione". E Drago vi si infila con la consueta compostezza e caparbietà fino ad arrivare a risolvere il mistero del Libro e del suicidio (e della catena di omicidi e sparizioni a seguire). Arriva, risolve e se ne va mentre Serravalle rimane lì, eternamente scolpita nel suo "lungo presente intervallato dalle scadenze della terra". Gli uomini passano, il Potere custode dello status quo rimane: "Allora, adesso va tutto bene. Siamo noi, il Potere, ora".
Quello che colpisce maggiormente è quanto tutta la comunità sia legata a doppio filo alle tradizioni, quasi fino ad essere tutto un mondo essa stessa. Dov'è Serravalle Mormora? C'è davvero questa forte diffidenza verso l'estraneo nelle piccole comunità del Piemonte?

F.B.: "La morte mormora" è un romanzo molto più intimo di quel che può sembrare. E' una lunga psicanalisi sul rapporto con le mie radici. Serravalle Mormora non esiste ma è inventato e costruito sul mio paese, Costigliole d'Asti, nel quale sono tornato a vivere dopo esser nato e vissuto per trent'anni ad Asti. La chiusura dei piemontesi, almeno di quelli della "vecchia guardia" esiste ed è la risultante tipica delle piccole comunità facili all'isolamento. In fondo il territorio non è dei più agevoli e soprattutto nel passato entrava in gioco una combinazione di fattori culturali e climatici che alimentavano questo stato di cose. Detto ciò bisogna dire anche che superata la scorza iniziale, conquistata stima e fiducia, nei piemontesi puoi ritrovare persone capaci di un'amicizia concreta e senza fronzoli.


F.: Rispetto al precedente romanzo, vai a descrivere le dinamiche di una comunità che si appresta al voto per scegliere il nuovo sindaco. La politica, quindi, fa capolino nelle vicende di Drago e del DIP e, di facciata, pare essere proprio quella stessa politica che conosciamo tutti quanti, fatta di apparenti opposizioni che, in fondo, perseguono simili finalità. Possiamo dire che questo romanzo propone una chiave di lettura che non è tanto legata al "mondo magico" quanto all'etica sociale e politica delle persone?

F.B.: E' nato anche con quell'intento. Avendo vissuto l'esperienza in prima persona ho potuto toccare con mano le tangenze fra grande e piccola politica, sai, come il parallelismo strutturale tra macro kosmos e micro kosmos di ellenica memoria. A fare differenza, l'importanza che ricopriva per l'elettorato, il rapporto del candidato con il territorio, che doveva essere, intimo, profondo e radicato, quasi in maniera metafisica.


F.: Un'altra faccia del romanzo è il vino, il Mormora, presente con un gioco di parole anche nel titolo, la sua produzione e la tradizione della produzione. Che vino è il Mormora? Tu che rapporti hai col vino della tua terra?

F.B.: Il Mormora è un'invenzione, come lo è Serravalle Mormora e la Val Mormora che li ospita. E' ispirato al Gamba di Pernice, un vino rosso tipico di una zona ristretta dell'astigiano, più precisamente il comune di Calosso. Raro, caratteristico e con un'armonia di gusto e aromi speciale. Amo il vino, che è un'espressione tipica della nostra cultura. Ho lavorato nel campo e sono membro dell'ONAV, l'organizzazione nazionale degli assaggiatori di vino. Come sangue del territorio è un elemento imprescindibile della mia vita.


Copertina di
Diramazioni
F.: Dopo aver seguito Stefano Drago del DIP nelle sue prime due indagini in territorio piemontese, indagini che lo mettevano a confronto con il territorio e con le sue mitologie e credenze, "Il Settimino" apre uno scenario ben più ampio rispetto alle storie precedenti. Le vicende di Davide, il settimino, i suoi poteri, i misteri del Piemonte si innestano nelle torbide vicende storiche e politiche di un'Italia distopica ma, purtroppo, ben riconoscibile. Passo dopo passo, l'horror rurale diventa fantapolitica, trasformando i personaggi in pedine travolte da una valanga di eventi che risalgono a quel nostro passato di stragi, complotti misteriosi e fascismi mai sopiti che aspettano solo il momento opportuno (o l'arma opportuna) per esplodere e trasformare la distopia in un incubo già vissuto.
Una svolta narrativa decisamente brusca rispetto al sapore più locale delle altre storie di Stefano Drago e, a ben vedere, una scelta coraggiosa che apre lo scenario del DIP a ben più ampi sviluppi. I lettori come hanno preso questo cambio di marcia? Il cambio di editore ha a che vedere con questa evoluzione narrativa?

F.B.: "Il Settimino" ha voluto rappresentare un'evoluzione nelle tematiche delle storie di Drago e del DIP, un'evoluzione spontanea e necessaria, per evitare che il localismo prendesse il sopravvento sui discorsi "universali" che ho l'ambizione di portare avanti. Il fattore politico si rafforza romanzo dopo romanzo e non può essere altrimenti dato che continuo a nutrire un'idea "alta" della politica, a scapito dell'imbarazzante baraccone d'interessi che ci ritroviamo oggi. Il cambio di editore ha influito positivamente sullo sviluppo di tutto il romanzo e mi ha permesso di raggiungere un equilibrio nuovo tra le componenti di genere della storia e di questo, alla Acheron e a Samuel Marolla sarò sempre grato.


F.: Mi è capitato più di una volta di chiacchierare con l'editor di questa tua ultima storia, Germano Hell Greco. E' davvero così feroce come si narra? Che tu sappia Hell è un settimino? Come ha funzionato il lavoro con lui?

F.B.: Chi ha definito "feroce" Germano secondo me ha dei seri problemi di umiltà. Al di là di una precedente stima reciproca, maturata durante una relazione esclusivamente virtuale prima e un incontro dal vivo poi; Germano è un professionista serio e rigoroso, una persona limpida che dice quel che va detto come va detto. Lavorare con lui è stato stimolante e professionalmente remunerativo. Troppi autori considerano le osservazioni degli editor come offese di lesa maestà, la verità è che uno scritto, vagliato solo dall'autore non funzionerà mai, esiste una parzialità intima, inconscia che impedisce fisicamente di cogliere limiti, errori, incongruenze e refusi. Un occhio esterno è necessario per la buona riuscita del lavoro. Non so se Hell sia un Settimino, ma da settimino a mia volta, una certa empatia l'avverto.


F.: Una curiosità quanto Fabrizio Borgio c'è in Stefano Drago?

F.B.: Un pezzo ma mi preoccupo sempre di specificare che non è un alter ego. Per dare maggior spessore al personaggio mi sono limitato a prendere alcuni miei aspetti caratteriali e utilizzarli come telaio sul quale costruire il personaggio. Ciò nonostante tantissimi vedono il sottoscritto in lui. Evidentemente gli aspetti che ho utilizzato sono quelli che emergono di più in me a un primo impatto.


F.: Sei alle prese con un'altra serie noir, della quale è appena uscito un nuovo romanzo, "Asti ceneri sepolte". Questo significa che le storie del DIP si sono chiuse con "Il Settimino"?

F.B.: Assolutamente no. Non ho nessuna intenzione di rinunciare al binario fantastico della mia produzione. Tengo due vie: quella noir con la Frilli editrice e quella fantastica con Acheron


F.: Puoi darci un'idea della serie dell'investigatore Giorgio Martinengo? Potrebbe essere un spunto per altre letture "seriali"...

F.B.: Come Drago si misura con il folklore, Martinengo si misura con la cronaca. Il modello era quello di scrivere gialli/noir a connotazione territoriale ma senza rinchiudersi a riccio nel localismo di cui avevo già accennato prima. Bruno Morchio e le storie di Bacci Pagano sono i principali ispiratori.


F.: Altri tuoi lavori "fuori serie"?

F.B.: Ce ne sono ma non potrei assolutamente dare dei calendari. C'è un noir in cantiere d'ambientazione europea, una specie di incubo on the road che parte dall'Olanda, passa dalla Francia alla Svizzera fino all'Italia, anche questo ispirato da un'esperienza personale che ritengo meriti di essere raccontata; una specie di pulp a sfondo fantastico ambientato negli anni '20 del secolo scorso con un avventuriero che viene dagli Arditi del Popolo e una specie di spin off delle storie del DIP con un personaggio inedito. E' anche da poco uscita un'antologia in ebook curata da Paolo Motta, "Spettrale", che vede una mia prefazione e un racconto: "Il Tempo delle spigole".


F.: A questo punto, di solito ringrazio, e mi auguro che ci si trovi per una birra. Con te, invece, oltre a porgerti i dovuti ringraziamenti vorrei che ci sia occasione per degustare del vino sotto la tua guida. A che ora passo? ;)

F.B.: Sei il benvenuto sul mio bricco e una domenica per una merenda sinoira è l'ideale per bere e mangiare in convivialità, dalle 17 in avanti!


F.: Per chi, come me, non sappia cosa sia la merenda sinoira, ecco la definizione che ne dà Arianna Curcio su un articolo de La Stampa:

"Si tratta di un piccolo pasto (freddo) frugale ma sostanzioso fatto alcune ore prima di cena e che funge quasi da cena. "Sinoira" infatti deriva da "sin-a" che in dialetto piemontese significa proprio cena.
Diffusa, un tempo, soprattutto fra le famiglie contadine, si svolgeva intorno alle ore 17 e aveva lo scopo di dare energia dopo i faticosi lavori del primo pomeriggio e prima di affrontare quelli serali legati alla terra e alla stalla che si protraevano sino al calar del buio".


F.: Ciao, Fabrizio. Grazie davvero.

F.B.: La gratitudine è tutta mia, credimi. Mi auguro a presto.


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