giovedì 6 ottobre 2016

Letture seriali #3 - La Fondazione Licht di Marco Siena

(foto di Fabio R. Crespi)
Marco Siena è già stato ospite su Runneapolis e con lui avevamo fatto una lunga chiacchierata [qui] su diversi argomenti tra cui l'horror italiano e il lavoro come autore indipendente. Si era anche accennato di sfuggita a una sua serie, "Licht Novelette", che al tempo dell'intervista non avevo ancora letto.

Col mio solito ritardo, quest'estate mi sono "portato in pari" con i lavori di Marco, cioè mi sono letto di fila i quattro racconti del ciclo della Fondazione Licht. Siamo in "zona" urban fantasy e, così, mi sembra giusto cominciare parlando di questo sottogenere.


F.: Bentornato, Marco. La prima cosa che ho visto etichettata come "Urban Fantasy" è stato "Metropolitan" di Walter Jon Williams, pubblicato su Urania verso la fine degli anni '90. A seguire è toccato a "Perdido Street Station" di China Miéville, pubblicato da Fanucci nel 2000. Di fatto potremmo definire entrambi come science fantasy urbano. Dopo quindici anni, invece, la definizione di "urban fantasy" (e, in parte, anche quella di "horror"), è andata quasi a sovrapporsi a un genere totalmente diverso come il "paranormal romance", perdendo totalmente le caratteristiche iniziali, scientifiche oppure orrorifiche, per privilegiare unicamente l'estetica dell'amore. Cosa è successo, secondo te?

M.S.: Ciao, Fabio, e grazie di avermi accolto di nuovo qui. Riguardo all'uso "scorretto" che si sta facendo della definizione "urban fantasy", posso fare un'ipotesi: come è successo con tanti altri termini - vedi per esempio "pulp", diventato sinonimo di storie di derivazione tarantiniana - anche per l'urban fantasy si è creato un grosso equivoco, che ha appunto portato a unificare due generi, fondendoli in uno solo. Ho quasi il sospetto, poi, che noi italiani siamo maestri nel confondere e usare termini nel modo errato, come nel caso di fiction, o di smoking che è diventato l'abito da sera.


F.: Come dicevamo con Lucia Patrizi, dare etichette precise è comunque spesso difficile perché talvolta i generi si sovrappongono. Questo genera confusione, sto pensando in particolare alle troppo generiche classificazioni di Amazon (fantascienza, fantasy, horror), per cui il lettore spesso si trova ad acquistare qualcosa che non rientra nelle sue aspettative (anche se, questo aspetto, potrebbero meglio curarlo i lettori stessi leggendo con attenzione  schede e sinossi). Anche gli autori risentono di questo guazzabuglio, vero?

M.S.: Eccome! Se diamo un'occhiata allo store di Amazon.com, notiamo che i macro generi sono, per fortuna, suddivisi in sottogeneri. Per cui, se cerco un horror puro, difficilmente mi troverò copertine stile harmony, o storie di cenerentole moderne salvate dal belloccio di natura soprannaturale. In un certo senso, trovo che una suddivisione più meticolosa sia una forma di rispetto sia per i lettori che per noi autori. Questo si può in parte riallacciare a ciò che dicevamo prima, perché in questo caso il paranormal romance è accostato all'horror, quando di horror, nel senso corretto del termine, non ha nulla. 


Copertina di Marco Siena
F.: Ora direi che possiamo passare alla Fondazione Licht cominciando da "3 sotto la Luna". La lettura è un crescendo distribuito su tre racconti: ci si addentra lentamente in questo scenario urban fantasy (sicuramente non paranormal romance) e, mano mano che la lettura prosegue, ci si fa un'idea del quadro generale. Una buona scelta che ti permette di dare sfumature diverse ai racconti (si mescolano noir, horror rurale, fantasy, action...) e mantenere continua la tensione. Ci sono alcuni personaggi come Juan e Konopski che giganteggiano (e che vogliamo assolutamente ritrovare) e c'è ironia, tanta ironia, che è qualcosa che fa sempre bene al cervello. Come nascono Konopski e la Fondazione Licht?

M.S.: Konopski ha una storia di quasi 30 anni, non scherzo. Intorno al 1986, forse 1987, la corrente horror in Italia stava vivendo un momento che definire esplosivo sarebbe riduttivo. Se ricordi, avevamo Dylan Dog, le riviste della ACME Comics come Splatter e Mostri, e quindi tanto materiale era a disposizione per un ragazzino come me. Senza contare che era l'epoca in cui l'home video era ormai alla portata di tutti, e si potevano recuperare e rivedere film mai passati in TV. Anche se avevo dieci anni o poco più, volevo dare il mio contributo, e mi misi a ideare alcune storie, scrivendole o disegnandole, con protagonista proprio Konopski. Intendiamoci, erano prodotti di un ragazzino con una macchina da scrivere e qualche matita, ma sprovvisto di qualsiasi tecnica di disegno o di scrittura. Ma le basi per le storie le buttai giù a quel tempo. Passati gli anni, non ho mai accantonato il personaggio e i suoi comprimari, e quando ho deciso di provare a lanciare una serie di ebook brevi, Konopski si è infilato e ha preso in mano il ruolo da protagonista. Ne avrei tanti di aneddoti sulla sua evoluzione e, chissà, prima o poi ne parlerò.


Copertina di Marco Siena
F.: Con "La Brezza dell'Oceano" torna Ray Konopski "a tempo pieno" e lo troviamo a fare da mentore ad un nuovo collega, occasione ideale per buttare un occhio al passato, a quando Konopski era il novellino di turno ancora alle prese con l'esplorazione dei suoi particolari poteri. Il racconto mantiene l'impostazione da classico giallo poliziesco ma, se del problema se ne occupa la Fondazione Licht, che è una sorta di organizzazione dedita al controllo e alla gestione di "casi particolari", abbiamo anche la certezza di imbatterci in quegli elementi fantastici che tanto ci affascinano. Buona musica, mirate citazioni e la brezza dell'oceano arricchiscono il tutto. La musica: come si innesta nei tuoi lavori?

M.S.: La musica in casa mia è una cosa seria. È un elemento importante perfino nell'educazione di mia figlia. Posso passare una serata ad ascoltare musica con la famiglia, esplorando la discografia di un musicista o di un genere, cercando di trasmettere quello che so a mia figlia. E davvero, la considero un'arte da non prendere alla leggera, per questo ascolto e seguo artisti di diversi generi, dal rock al country, dal blues al folk, dalla celtica al metal. Questi sono solo alcuni esempi, ovviamente. E considerando la musica come parte integrante della mia vita, sarebbe impossibile non inserirla in ciò che scrivo, cercando di fonderla con lo scritto per creare una sorta di colonna sonora ideale. Nel caso di Konopski, poi, senza musica cosa farebbe?


Copertina di Marco Siena
F.: Per il terzo episodio della Fondazione Licht, "Vai a prendere una stella", ci appronti un fantastico horror rurale ambientato in Emilia, praticamente la tua specialità. Mentre Konopski è alle prese con le proprie vicende personali (abbiamo a che fare ancora con il misterioso Juan), una bambina viene rapita durante una gita col padre. Ma il padre è un uomo della Fondazione e, dopo avere recuperato la figlia dalla "corte del Grasso", chi meglio di Konopski (che ha pure ascendenze italiane) può aiutarlo a indagare su cosa sta dietro a quelle mostruosità rurali? Titolo poetico, a buona ragione, con la consueta bravura riesci a mescolare orrore e umanità, azione e riflessione. E riesci, nell'ambito della stessa serie, a esplorare un orrore nuovo rispetto ai precedenti capitoli. Cos'è l'horror, per te?

M.S.: Ho sempre considerato l'angoscia e la tensione gli elementi principali dell'horror. Non il sangue, le viscere o le amputazioni, che ritengo solo rafforzativi visivi, bensì quel senso di disagio e di attesa che ti stringe la gola. Penso che un po' traspaia dai miei scritti, visto che non abuso né mi soffermo sugli squartamenti. Preferisco usare il terrore, se posso, piuttosto che sprecare frasi per descrivere brani di carne strappati da un corpo. Sono scelte che avevo già maturato alle superiori, quando studiammo la letteratura dell'orrore (sembra incredibile, eh?), il romanzo gotico e il giallo. Ricordo ancora che il compito in classe alla fine del percorso fu quello di scrivere un racconto dell'orrore. Ebbene, solo in due capimmo e riutilizzammo gli elementi chiave, mentre gli altri si lasciarono andare in righe e righe di frattaglie e schizzi di sangue. Inutile dire che nessuno di loro si aggiudicò la sufficienza.


Copertina di Marco Siena
F.: In "Calavera", quarto episodio della Fondazione Licht, Konopski, il nostro investigatore dell'occulto, si trova a fronteggiare nientemeno che Calavera, la Morte stessa. Insieme al suo allievo Dunn, Konopski indaga su una morte sospetta mentre, in parallelo, ci racconti la vicenda della vittima. Calavera è la chiave di tutto, naturalmente: una Morte tutt'altro che fredda e distaccata alla quale arriverà anche Konopski. Il confronto tra Konopski, lo "stregone" che episodio dopo episodio vede accrescere il proprio potere, e Calavera, la Morte, mette quasi in secondo piano la vicenda narrata: è un incontro tra titani e tocca vette di epicità che portano a un livello superiore tutta la serie della Fondazione Licht. E si sente pure Slowhand di sottofondo. Ci racconti Calavera dal tuo punto di vista?

M.S.: "Calavera" era nato come racconto per un'antologia. Poi, più riguardavo la cartella dove lo conservavo, più pensavo a come completarlo a modo mio. Così ho pensato di revisionarlo e inserirlo in una struttura diversa da quella originaria. E mi sono detto che la Fondazione Licht non sarebbe stata zitta di fronte a un omicidio come quello descritto da "Calavera", no? Quindi, ne ho approfittato per dare altro spessore a Konopski sfruttando le riflessioni nate dal suo incontro con questa personificazione della Morte, buttando le basi per i lavori futuri. E tra una canzone di Clapton e una di Enrique Bunbury, ho presentato questa Morte un po' annoiata, ma sempre più attratta dagli umani, e che cerca di riequilibrare qualche vita, dando modo alle vittime di chiudere i conti in sospeso. 


F.: Io avrei piacere di leggere altri capitoli su Konopski, Juan, Calavera e soci vari: sono curioso di vedere il quadro generale. Cosa è diventata la Fondazione Licht rispetto agli inizi? 

M.S.: Quando creai Konopski, la Fondazione Licht non si chiamava così, e si occupava di crimine a trecentosessanta gradi. Poi, per riallacciarmi a un altro romanzo che ho tuttora in stesura, e di cui non anticipo nulla, ho deciso di ribattezzarla Fondazione Licht e di specializzarla in casi particolari. Ma al contrario di altre organizzazioni o gruppi simili - pensiamo, per esempio, al Talamasca delle storie di Anne Rice - la Fondazione Licht indaga, valuta ed elimina. La definizione "mostri che eliminano mostri", data in una recensione, calza a pennello. Ma avrei ancora tanto materiale da sfruttare, che rischierei di anticipare troppo.


F.: Parlandone "fuori quadro" con te, mi hai detto che, purtroppo, i riscontri sono diminuiti con gli ultimi due lavori della Fondazione, che, tra parentesi, sono quelli che considero meglio riusciti. Quali sono le difficoltà per un autore horror indipendente nel mercato attuale?

M.S.: Credo che ci siano alcuni motivi del perché questa serie non abbia funzionato qui in Italia, visto che al contrario aveva attirato l'attenzione di un editore americano. Ne dico due, premettendo che sono solo mie congetture:
  1. Il seriale non pare gradito. È un dato di fatto. Un lettore che legge la dicitura "vol. 1" ha paura di doversi impegnare e dover leggere tutti gli ebook della serie. 
  2. C'è questo strano pregiudizio per cui un italiano può e deve scrivere solo di italiani in Italia. Una cosa davvero curiosa, in una società del 2016 in cui dovremmo essere cittadini del mondo. Ancora più curioso se pensiamo ad autori come Salgari, no? 


F.: Sai che tutto questo mi fa un po' incazzare?

M.S.: Dillo a me, che considero Konopski un amico di infanzia. E penso anche a tutto ciò che avrei da scrivere riguardo alla Fondazione, a Juan e Calavera.


F.: Vogliamo, intanto, approfittare di questo incontro per annunciare anche il "nuovo nato"? E' in prevendita su Amazon "I piani di un Dio", seguito ideale di "Un posto tranquillo per morire". Lasciamo l'horror per tornare all'action in compagnia dei fratelli Ascari? Si preannuncia una nuova serie?

M.S.: Mah, penso più che altro che gli Ascari faranno un'apparizione nel romanzo che ho in stesura, di cui parlavo poco fa, e poi li terrò un po' in naftalina. Mi piacerebbe farne una serie, ma ho qualche dubbio se possa avere un futuro per gli stessi motivi per cui ho lasciato la "Fondazione Licht". Però, non è detto. Magari il pubblico thriller e action ha gusti diversi e ama la serialità.


F.: Ci diamo appuntamento per il ciclo "Doppia D", magari in occasione dell'episodio conclusivo? 

M.S.: Volentieri, anche se non ho una data certa. "DD3" è in stesura, ma vado un po' a rilento. Per completarlo, sto aspettando di avere un periodo di stacco in cui poter scrivere in maniera continuativa ogni giorno, per almeno tre settimane, quelle che mi servono per la prima stesura. Chissà, magari a Natale…


F.: Grazie di tutto, Marco. A presto…

M.S.: Grazie a te! Io torno sempre volentieri da queste parti.



Il blog di Marco Siena
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