venerdì 23 settembre 2016

Letture seriali #1 - La Valle del Belbo di Davide Mana

Apro, con questo, un nuovo ciclo di post dedicato alle "letture seriali" che spesso adescano noi lettori con la loro continuità di storie o di temi. L'idea è di presentare, quindi, alcune "serie" che ho letto e gradito e di farlo lasciando la parola all'autore, ove possibile.

Raccolta introvabile
dei primi sei
Orrori della Valle Belbo
Tra gli scrittori che mi è capitato di leggere da quando esploro la narrativa fantastica indipendente, Davide Mana, è quello che ho trovato essere maggiormente aperto ai diversi generi: fantascienza, sword & sorcery, avventura, spionaggio, pulp, spesso mescolati tra loro per sorprendere il lettore.
A questo aggiungiamo anche la sua prolificità sul versante della saggistica storica, scientifica e tecnica.
In particolare oggi io e Davide ci focalizzeremo sui suoi racconti ambientati nella Valle del Belbo, storie di orrori rurali che presentano più di un punto di interesse (tra i tanti la collocazione non solo geografica ma anche storica).


F.: Ciao, Davide, grazie per il tuo tempo. Ne parli anche nelle appendici ai tuoi racconti ma vorresti, per prima cosa, darci un'idea del tuo rapporto col territorio in cui vivi, che spesso ti capita ironicamente di definire Astigianistan?

D.M.: Grazie a te per lo spazio che hai deciso di dedicarmi.
Riguardo all'Astigianistan… parte della mia famiglia ha le sue radici in questo territorio, e qui ci siamo trasferiti nel 2009, dopo la morte di mia madre.
L'Astigiano, il Monferrato, la Valle Belbo, sono territori splendidi e molto meno banali della "Bella Italia" che gli stranieri cercano quando vengono nel nostro paese. Io davvero credo che Monferrato debba il suo nome al medievale "Mons Feratus", le colline delle bestie selvatiche. Questo è un territorio aspro, che le attività umane sembrano aver domato e ingentilito, ma che torna selvatico con estrema facilità e rapidità. Gli abitanti, dal canto loro, sembrano condividere questa doppia natura - e in effetti da queste parti si dice "servà", selvatico, chi ha un fare scontroso e chiuso, al limite dell'ostilità.
Dopo sette anni di vita fra queste colline, io e mio fratello siamo ancora "quelli venuti da fuori", e questo senso di isolamento, per quanto in un luogo familiare, insieme con il paesaggio non esattamente rassicurante, è un'ottima fonte di ispirazione per storie efferate.
Senza contare la soddisfazione data dal poter descrivere i propri vicini di casa come degenerati cannibali dediti a culti orgiastici di divinità lovecraftiane.


F.: Non ho ancora provato ad affrontare un'intervista come segue: ti andrebbe di aggiungere alcune tue considerazioni ai commenti che ho lasciato anche su Amazon ai singoli racconti?

D.M.: Proviamo. La regola dovrebbe essere che non si commentano mai le recensioni se non con un cortese ringraziamento, ma questa è una sede diversa, vediamo cosa ne viene fuori...


Gli Orrori
della Valle Belbo #1
F.: "La notte dei cacciatori" è il primo degli orrori ambientati nella valle del Belbo: qui ci fai indossare i panni di un killer della mafia nel '49 nel territorio sconvolto dalla piena dell'anno precedente. Già dal primo sguardo nel retrovisore l'atmosfera si fa sinistra. E la caccia a un ragioniere scappato col malloppo si trasforma in un confronto con esseri mostruosi, cacciatori di altro genere rispetto al killer, che aspettano pazientemente il loro momento per "preparare la strada ai Padroni, ai Grandi Antichi, a Coloro che si Muovono negli Interstizi". I figli di Lovecraft abitano nelle ombre del territorio astigiano e si trovano a loro agio come nel New England.

D.M.: "La Notte dei Cacciatori" nasce come "Night of the Hunters", storia che scrissi per provare a entrare in una antologia della Chaosium. Mancai malamente la scadenza di consegna, e quindi misi la storia in frigorifero; quando mi venne chiesto un racconto per una antologia lovecraftiana, la riscrissi in italiano. Di quell'antologia non ebbi mai più notizie, e quindi cinque anni dopo (che mi pareva un tempo ragionevole) diedi una revisionata al testo e provai ad autopubblicarlo.
La dicitura "Gli Orrori della Valle Belbo" scaturì dal fatto che a quel punto avevo già in lavorazione "Chi Ha Nelle Mani Ha Vinto", e pareva una cosa divertente, provare a farne una serie.
Sul fatto che gli orrori sovrannaturali di Lovecraft ben si adattino a queste terre, in parte credo dipenda dai caratteri che descrivevo sopra. Della natura orrifica del Piemonte ha parlato spesso Danilo Arona (che chiamerei decano degli autori horror piemontesi, se non fosse che un tale titolo equivale alla mummificazione, e Danilo è ben vivo). Arona chiama il Piemonte "La Transilvania d'Italia". Una descrizione che rende bene l'idea. È il paesaggio? È il clima? La gente? La cultura? Tutto questo o niente di tutto questo? Bisognerebbe chiederlo ai lettori, probabilmente.


Gli Orrori
della Valle Belbo #2
F.: In "Chi ha nelle mani ha vinto", il secondo orrore della Valle del Belbo, ci fai attraversare quasi tutto il '900 in compagnia di due sorelle, Vittoria e Francesca, arroccate nella casa di famiglia. Gli orrori lovecraftiani lasciano il posto al lato oscuro della psiche umana: "il desiderio di possesso" di Vittoria marca ossessivamente tutto il racconto fino alle estreme conseguenze.

D.M.: "Chi ha nelle mani ha vinto" è un concentrato di cattiveria, ed è fondato su voci, leggende, dicerie ed eventi familiari reali o presunti di questo o quell'altro. La provincia è pettegola. "Chi ha nelle mani ha vinto", ovvero il possesso come diritto, è un proverbio che circola parecchio da queste parti, e rappresenta una mentalità a mio parere nefasta. E una mentalità che, lungo tutto un secolo, ha contribuito a un sacco di brutture, generato una quantità di dolore e infelicità. Avendo sempre scritto storie abbastanza semplici e tradizionali, mi piaceva l'idea di provare a scrivere qualcosa di diverso: niente lovecraftianerie, niente sovrannaturale. Una semplice storia di orrore psicologico. A giudicare dalle recensioni, direi che ha funzionato.
E a questo punto, con due storie nella serie, decisi che Gli Orrori della Valle Belbo avrebbero avuto una collocazione geografica comune, ma sarebbero appartenuti a sottogeneri diversi: orrore lovecraftiano, orrore psicologico, horror comedy e avanti di questo passo. Pareva una buona idea, e un buon esercizio - io cerco sempre di fare di ciò che scrivo un esercizio di scrittura, per me, per migliorare.


Gli Orrori
della Valle Belbo #3
F.: Il terzo orrore, "Dalle colline con la piena", lo condisci con una buona dose di ironia. L'alluvione del 1994 travolge Rita, la protagonista, intrappolandola tra le colline con l'acqua che, implacabile, trasforma il mondo in fango e detriti. La narrazione drammatica ha, però, un punto di svolta: il salvataggio di Rita ad opera di una "creatura-pesce", geniale omaggio dell'autore al Mostro della Laguna Nera, e il loro rapporto apparentemente innaturale che diventa passionale finché "qualcosa dentro di lei si spezzò e lentamente scomparve, portandosi via il dolore, la paura, la vergogna, e ciò che di Rita era rimasto fino a quel tempo ancorato a ciò che un tempo aveva considerato reale". L'orrore diventa favola.

D.M.: "Dalle Colline con la Piena" è stato scritto in un weekend, sostanzialmente per dimostrare (a me stesso, prima di tutto) che se voglio posso cominciare un racconto al venerdì sera e - Amazon permettendo - averlo in vendita nel primo pomeriggio del lunedì. 
Per ciò che riguarda la storia, l'alluvione del '94 fu un evento traumatico, e ha lasciato un segno sul territorio e nella vita delle persone. In realtà avevo due o tre idee per delle storie ambientate in quei giorni, e dovendo scrivere in fretta, ne ho cooptata una, e poi ho improvvisato.
Quanto al Mostro della Laguna Nera, è il mio preferito fra i mostri della Universal, e mi pareva che fosse giunto il momento che anche lui riuscisse finalmente ad andarsene con la bella di turno.
Di tutte le storie che ho scritto, e certamente di tutti gli Orrori, questa è quella che ha ricevuto meno commenti e recensioni, e che ha suscitato pareri molto diversi fra loro. Il che probabilmente significa che funziona esattamente come volevo che funzionasse.


Gli Orrori
della Valle Belbo #4
F.: Per inciso, a me è quella che è piaciuta maggiormente, sarà che sono un nostalgico dei film di sf degli anni '50…
Come già promesso dal sottotitolo, il quarto orrore, "La notte della nutria (un B-Movie)", ha proprio le connotazioni di un B-Movie. Una sorta di racconto corale, questo, che vede alcune persone alle prese con l'ennesima inondazione del luogo, stavolta non di acqua ma di nutrie ("Molti di quelli che avevano comprato i castorini li lasciarono liberi nei boschi, per liberarsene. [...] Chi avrebbe immaginato che si sarebbero mangiati il povero Ugo..."). Un ironico horror-thriller di ansia e pura azione, una lotta tra la stupidità e l'inarrestabile controffensiva della natura.

D.M.: "La Notte della Nutria" è una ristampa/riedizione di un racconto che scrissi per una antologia intitolata "Tutto il Nero del Piemonte", alla quale parteciparono molti bravi autori piemontesi. Il libro ebbe una scarsa esposizione, e quando i diritti tornarono a me, decisi di farne prima un remix che distribuii gratuitamente, e poi la versione "definitiva" - ed essendo la storia ambientata ad Asti, fra gli Orrori ci stava bene.
L'idea di fondo è che, se poste in una situazione "da film", le persone qualsiasi assumano inconsapevolmente dei ruoli "da film" - il vecchio autista diventa come il vecchio pilota interpretato, chessò, da Spencer Tracy, il professore del liceo diventa lo scienziato super-competente, e così via.
Il tema dell'antologia originale chiedeva agli autori di costruire una storia dell'orrore a partire da un reale orrore, da una bruttura realmente insistente sul nostro territorio. Io pensai all'impatto delle specie esotiche, e mi inventai una mitologia fasulla della nutria come creatura del male.


Gli Orrori
della Valle Belbo #5
F.: In "Ammazzasogni", quinto orrore della serie, tornano le suggestioni lovecraftiane e la Terra dei Sogni arriva ad estendersi fino alla Valle del Belbo. I protagonisti del racconto si muovono in ambientazioni oniriche: sono a caccia dell'Ammazzasogni che sta desertificando il Mondo dei Sogni, iperrealtà complessa che pare essere la risultante dei sogni degli uomini, anche dei morti. La caccia li porta ad un uomo "dedito alla propria personalissima visione dell'universo nel quale, avendo fallito nel tentativo di ottenere ciò che voleva servendo il Male, si sforzava adesso di conformarsi ad un'immagine di Bene altrettanto egocentrica ed arida". L'Ammazzasogni è colui che è incapace di crearsi un sogno in proprio e che, con ogni mezzo, indossa modelli comportamentali che non gli stanno addosso a lungo. L'Ammazzasogni è un portatore malsano di aridità e va eliminato. "Con gentilezza".

D.M.: "Ammazzasogni" è la più vecchia delle storie della Valle Belbo. Venne originariamente scritta, in inglese, credo nel 1997, e distribuita attraverso una mailing list e poi attraverso un sito web ormai scomparso da strani eoni. Fa parte di una serie, "Professional Dreamers", che mescola le Dreamlands di Lovecraft con la narrativa spionistica alla Len Deighton. Ci sono in totale cinque storie e un supplemento per un gioco di ruolo, in questa serie. "Ammazzasogni" si prestava bene alla serie degli Orrori, e quindi l'ho tradotta/adattata/riscritta. All'epoca (nel '97, intendo), mi interessava l'idea di un cattivo in fondo inconsapevole e abbastanza meschino, per non dire miserabile. Uno talmente distante da ciò che fa, da non capirne le conseguenze. 
E anche, in un certo senso, volevo provare a scrivere di come il riciclo delle idee altrui, dei paesaggi e delle narrazioni degli altri - come ad esempio le Dreamlands di Lovecraft - finiscano con lo svuotare gli originali di significato, con il devastare e uccidere quei luoghi dell'immaginario ai quali torniamo con nostalgia, ma coi quali non dovremmo interferire.
Seriosissima, come cosa, eh?


Gli Orrori
della Valle Belbo #6
F: "Rossa come il peccato" è il più spiazzante degli orrori della Valle del Belbo. Un'orrore intuito, nascosto sotto il racconto narrato in chiave pulp, un pulp con un finale tarantiniano (a detta tua, non è propriamente pulp quello di Tarantino). Probabilmente è stato un divertimento, per te, scrivere questa storia di musicisti sgangherati capitanati da un non-musicista in evidente declino ma che maneggia una Gibson ES-354, cherry red, del '59; sicuramente, è stato un divertimento leggerlo.

D.M.: Dev'esserci scritto "basato su una storia vera", da qualche parte, in "Rossa come il Peccato", che prende l'avvio da una parte da tutte le storie dell'orrore condivise con amici musicisti nel corso degli anni, e dall'altra da uno scherzo orribile che Walter Baker e Donald Fagen (i futuri Steely Dan) facevano al chitarrista della band in cui esordirono: riarrangiare i pezzi al volo durante i concerti, in modo da lasciare il poveraccio fuori chiave. E lui che non capiva come potesse accadere, ne impazziva.
Ci sono un sacco di aneddoti e di riferimenti alla storia della musica rock, di scemenze e di battute, e di riferimenti al tipo di cose che capita di fare quando si cerca di sbarcare il lunario suonando. E poi ci sono le lunghe notti spese a questa e quella sagra locale, a mangiare ottimo cibo ascoltando musica (normalmente) pessima e a volume troppo alto.
È una storia eccessiva, paradossale e molto molto sopra le righe. È pulp nel senso di Tarantino.
E Tarantino non mi ha ancora chiamato, a dire il vero, ma credo ne verrebbe un buon film. Ci vedrei Michael Madsen, a fare Willy, il proprietario della chitarra...


F.: Le storie della Valle del Belbo sono orrori ad ampio spettro: vanno da Lovecraft alla psiche umana, passando per la fantascienza, la storia, il pulp e tanto altro. C'è dunque spazio per molti nuovi orrori, mi pare. Ce ne saranno altri?

D.M.: Mi piacerebbe. Come dicevo, vorrei che ogni successivo Orrore della Valle Belbo fosse un tipo di orrore diverso. Ho una storia di spettri, che langue da mesi in attesa di revisione, e una storia su un ciclista che chiede un passaggio durante un temporale (chissà, magari lo stesso dell'alluvione del '94). Oh, e una cosa che si intitola "Lo stile di vita dei ricchi e famosi" e che è un horror gastronomico con velleità di satira sociale, legato alla nuova moda del "roadkill cooking" - il cucinare ciò che si è investito con l'automobile.
Sono sul mio hard disk, in vario stato di avanzamento. Non è detto che, allentandosi un po' la pressione, io non ci metta mano. Magari per l'inverno. L'inverno ben si adatta all'orrore, e la campagna può essere particolarmente triste, cupa, e sinistra.


F.: Dato che già pubblichi anche sul mercato anglofono, hai pensato di proporre le tue storie della Valle del Belbo su mercati diversi da quello italiano, magari meglio disposti verso la letteratura di genere?

D.M.: Ci ho pensato, e non più di due settimane or sono, forse tre, un'amica che sta in USA e scrive horror mi suggeriva di provare a tradurli, perché il rural horror (o folk horror che dir si voglia) sta vivendo una stagione positiva, e oltretutto c'è una grande curiosità per l'Italia. I problemi sono sostanzialmente due, oltre alla cronica mancanza di tempo: il primo è che, proprio per ottimizzare i tempi, da circa un anno scrivo solo ciò che sono ragionevolmente sicuro di poter vendere. L'editore propone un tema, io scrivo su quel tema. Seconda cosa, per me tradurre il mio lavoro significa riscriverlo, ed è un lavoro lungo e abbastanza noioso.
Ma non diamoci per vinti: in inglese "Dalle Colline con la Piena" si intitola "Washed Away", e sta facendo il giro degli editori. Magari a qualcuno piacerà. 


F.: Riuscire ad esportare del folk horror nostrano sarebbe un'ottima cosa: magari un successo all'estero potrebbe avere perfino ricadute positive sulle edizioni italiane. Usciamo dalla Valle e allarghiamo lo sguardo a tutto quello che hai scritto: cosa ti diverte di più e cosa ti dà più soddisfazione? Quali tuoi titoli pensi siano più adatti per avvicinare un nuovo lettore ai tuoi lavori, saggi compresi?

D.M.: Mi diverte capovolgere le aspettative, mi diverte portare avanti un discorso ottimista sul progresso quando scrivo fantascienza. Mi dà soddisfazione riuscire a scrivere una buona pagina di dialogo, che fili, abbia ritmo, e sia fedele ai caratteri dei personaggi. Mi dà soddisfazione, naturalmente, essere letto.
Nell'ultimo anno mi ha dato molta soddisfazione arrivare su un mercato come quello di lingua inglese, che è durissimo, ma molto molto gratificante. 
E mi diverte moltissimo scrivere le storie di "Aculeo & Amunet", che rimangono i miei personaggi ai quali sono più affezionato in assoluto.
A un nuovo lettore credo che consiglierei "Blooper" se ama la fantascienza, "Asteria alla Corte di Minosse" se preferisce il fantasy, e probabilmente un Orrore della Valle Belbo per l'horror. Fra i saggi, "Avventurieri sul Crocevia del Mondo" rimane il mio bestseller, con "La Misura del Tempo Geologico" buon secondo.


F.: Anticipazioni sulle nuove uscite?

D.M.: Quando si lavora con degli editori non si è padroni del proprio tempo. Nei prossimi mesi dovrebbero esserci (incrociando le appendici opportune) un po' di cose in uscita in lingua inglese, a cominciare da una nuova storia di "Aculeo & Amunet", a un romanzo per un editore australiano, a una serie di storie steampunk legate ad una ambientazione per un gioco di ruolo, intitolata "Hope & Glory". Non il solito steampunk, però.
E poi staremo a vedere, c'è un romanzo di fantascienza più o meno imparentato con "Blooper" che uscirà, spero, a metà 2017, ci sono progetti che spesso si riducono a un titolo e un paio di note su un post-it.
Intanto, cominceranno a uscire i volumi della collana "Zenobia", che a quanto pare curerò per Acheron Books. Sarà una bella avventura.


F.: "Blooper" mi ha colpito molto: sono davvero contento che esca una storia collegata. 
Grazie per la pazienza, Davide. A presto. 

D.M.: Grazie a te per l'opportunità, e grazie a chiunque abbia letto fin qui.


Nota finale: le copertine sono di Davide Mana stesso.


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