giovedì 29 settembre 2016

Letture seriali #2 - Il Mare di Lucia Patrizi


(foto di Fabio R. Crespi)
Questo è un post un po' speciale perché ho letto i due romanzi di Lucia Patrizi da tempo e, da tempo, avrei voluto fare quattro chiacchiere con lei: sto parlando di due ottimi lavori di fantascienza (il secondo, come vedremo ha degli sconfinamenti nell'horror) che sono risultati tra le migliori produzioni di sf italiana (forse anche in assoluto) in cui mi sono imbattuto nell’ultimo paio d’anni.

Per fortuna c'è Facebook e, avendo Lucia tra gli amici degli amici (non mancando, quindi occasioni di incrociarsi sotto thread comuni e perfino riscontrando una certa assonanza di idee), un giorno ho vinto il mio naturale scontroso riserbo e ho osato chiederle l'amicizia. Concessa. Poi ho perfino osato chiederle di fare due chiacchiere per il blog. Concesso. E, così, eccoci finalmente qua in compagnia di Lucia, la quale gestisce anche un ottimo blog specializzato in cinema (soprattutto horror come si intuisce dal nome stesso del blog, “Ilgiornodeglizombi”) di cui parlemo pià avanti.
 
Tornando ai romanzi e al concetto di serialità, devo anticipare che "My Little Moray Eeel" (abbreviato più avanti in "La Murena") e "Il posto delle onde" (in breve "Il Posto") non sono legati da una serialità stretta ma esiste, tra i due lavori, un forte legame, rappresentato dal mare, che li rende contigui e, di conseguenza, voi dovrete leggerli in blocco. “Dovrete” perché mi è capitato in più occasioni di avere riscontri positivi dopo averli consigliati. Quindi “dovrete”.


F.: Ciao, Lucia, grazie per avere accettato di essere qui. Prima di parlare dei singoli romanzi, vorrei che ci spiegassi cosa è per te il mare e che ruolo ha nei tuoi lavori.

L.P.: Prima di tutto, grazie a te per avermi concesso questo spazio.
Il mare... tu non sai cosa hai scatenato facendo questa domanda. E ora, a te e ai tuoi lettori, toccherà per forza sorbirvi dei noiosi cenni autobiografici.
Io sono nata, cresciuta e vivo a Roma. Eppure, per quanto la ami, non sono mai riuscita a percepire questa città come la mia casa.  C'è però un posto che io mi ostino a chiamare casa, anche ci vado solo un paio di volte l'anno ed è un paese di mare in Toscana che chi ha letto i miei due ebook ha per forza sentito nominare. È l'ambientazione di quasi tutta la "Murena" e ha anche un piccolo ruolo ne "Il Posto". Si chiama Porto Ercole. Dico sempre che il periodo più felice della mia vita è stato quello in cui i miei genitori si erano trasferiti lì e io potevo prendere il treno ogni fine settimana e tornare a casa.
Ma, a parte il legame viscerale che ho con quel paesino, per me “casa” significa trovarmi qualche metro sotto la superficie del mare. Mi basta persino starmene sulla riva. Non mi formalizzo. È una necessità fisica. Se sto senza mare per un lasso di tempo troppo lungo, appassisco.
Non so, scendere in quel paesaggio alieno mi fa vedere le cose da una prospettiva nuova e ogni volta è una scoperta. Anche se mi immergo nello stesso punto, c'è sempre qualcosa di diverso da osservare, perché il mare muta in continuazione. Ci si sente soli, ma non si è mai davvero soli. È un luogo pericoloso, selvaggio, non è fatto per noi. Ci si deve avvicinare con rispetto e circospezione, bisogna mantenere la calma, controllare il respiro, non offendere con la propria presenza un mondo che non ti appartiene. Ed è un'ambientazione ideale per le mie storie, perché è come un enorme contenitore di paure e speranze. Non mi piace l'immagine disneyana che molti hanno del mare. Con il mare non si scherza e non si scherza con le sue creature. Tutto, lì sotto, ti respinge. Ma è la mia casa, è l'unica che ho e non posso farne a meno.


F.: C’è una colonna sonora nei tuoi lavori: i titoli dei capitoli sono anche titoli di canzoni e hanno il link che rimanda all’ascolto dei brani. Di solito che musica ascolti? E’ facile trovare la musica giusta da abbinare alla storia?

L.P.: Da ex musicista (batterista per la precisione) la musica ha sempre ricoperto un ruolo determinante nella mia vita. Ho ascoltato e suonato di tutto: metal, jazz, hard rock e persino pop e folk.  Ogni storia ha le sue sonorità e i suoi ritmi.  La "Murena" è nata con l'idea di intitolare ogni capitolo con una canzone e, di solito, sceglievo il brano prima di scrivere il capitolo e mi mettevo a scrivere ascoltando solo quello. Con "Il Posto" è stato un procedimento fatto a posteriori, andando a pescare da una playlist tentacolare che avevo costruito durante la stesura. Ma la musica mi aiuta sempre a scrivere. Soprattutto quando l'ascolto in bicicletta. Se sono bloccata su una scena particolarmente complessa o anche se sono stanca e mi passa la voglia (lavoro permettendo) prendo la bici, vado a farmi una lunga pedalata, con la musica che ho scelto per il romanzo nelle orecchie, e nove volte su dieci, risolvo il problema.
C'è tantissima varietà di generi e artisti nei due ebook: nella "Murena" si passa con disinvoltura dai Sentenced ai Camel e nel "Posto" si va dagli Slayer a John Coltrane. Credo che sia molto utile diversificare perché la musica influenza il ritmo di ciò che sto scrivendo e, se sentissi sempre lo stesso genere, alla fine i risultati sarebbero piatti e monotoni.
Eppure c'è una costante: i Fleetwood Mac. Loro appaiono sempre, in un modo o nell'altro, in tutto ciò che ho scritto e scriverò. Una canzone in particolare, "Songbird", è poi sempre presente. Potrei arrivare quasi a dire che "Songbird" sia la mia vera firma.


Copertina di Giordano Efrodini
e Sara Rossetti
F.: Il tuo primo romanzo, “My Little Moray Eel” è tante cose: una storia di mare, naturalmente, ma anche di formazione, fantascienza "di contatto" e sconfina perfino nel postumanesimo. E' una storia assolutamente affascinante, ripercorsa in flashback, che avvolge il lettore come l'abbraccio di una murena di trenta metri. Dal mio punto di vista è una lettura che va goduta lentamente e con attenzione. Come è nata questa storia? Qual è la storia della storia?

L.P.: "My Little Moray Eel" è stata la storia che più ha messo in difficoltà. È nata come una blog novel da pubblicare settimanelmente sul blog: ogni domenica dovevo far uscire un capitolo di massimo 1000 parole. Il primo capitolo è andato online all'inizio di gennaio 2013. E, sì, non sono mai riuscita a rispettare la scadenza settimanale. Mi riducevo a scrivere il capitolo all'ultimo istante,  lo passavo al volo a Hell per un rapido editing e lo pubblicavo. È stato divertente, ma anche impegnativo, perché non mi ero mai posta dei limiti così restrittivi e, almeno, sono stata in grado di non sforare. All'inizio si trattava di un gioco molto derivativo, una cosa in bilico tra "Il Quinto Giorno", "The Abyss" ed "E.T.", ma dopo un po' il romanzo ha cominciato ad acquisire una sua identità ben precisa e allora ho deciso di interrompere l'esperimento della blog novel, rivedere i capitoli già esistenti, portarlo a termine il più in fretta possibile (considerando i miei tempi da bradipo della scrittura) e metterlo su Amazon. Hell e Marina si sono occupati dell'editing, mentre la copertina è opera di Giordano, che ha rielaborato un disegno fatto per me da una persona a cui tengo molto.
Mi piace molto il fatto che venga considerato (oltre che un romanzo di fantascienza) un romanzo di “formazione”, perché era quello che avevo in mente: far crescere Sara, la protagonista, in maniera di sicuro non ortodossa e un po' traumatica, ma provando a fare di lei una persona normale, anche se con la facoltà speciale di poter comunicare con le creature marine.  La dimensione del racconto è minuscola, estremamente ristretta, limitata alla prospettiva di Sara. In realtà quella della "Murena" è un'ambientazione che ogni tanto penso di voler espandere perché quella di Sara è solo una delle tante storie possibili all'interno di uno scenario globale.  C'è una guerra che dura una trentina d'anni e di cui al lettore vengono forniti solo dei vaghissimi cenni.  Credo ci sia ancora qualcosa da dire.


F.: Parlando con alcuni amici, lettori di sf di vecchia data, i commenti a questo tuo esordio sono risultati tutti ben più che positivi. Dal tuo punto di vista, anche in quanto autrice indipendente, hai avuto lo stesso riscontro?   

L.P.: La "Murena" è piaciuta ai lettori di fantascienza. E la cosa mi ha sorpresa in positivo. Mentre penso a "Il Posto" come a un fanta-horror, la "Murena" è proprio fantascienza. E, credimi, non me ne sono accorta fino a quando non sono arrivata circa a metà stesura. Il fatto che gli appassionati abbiano apprezzato, mi lusinga e non poco.


Copertina di Giordano Efrodini
F.: Mentre in "My Little Moray Eeel" ci accompagnavi, insieme alla protagonista, in un percorso di possibile confronto con la diversità, ne “Il posto delle onde” ci scaraventi su un piano ancora più estremo. Stiamo parlando di uno scenario apocalittico, carico di mostri ed alienità, in cui vivono (e si raccontano) le tue due protagoniste. La storia d'amore, che le lega sempre più strettamente, è il fulcro di un possibile rinnovamento attraverso l'accettazione e l'adattamento alle proprie e altrui trasformazioni. In questo romanzo la fantascienza assume connotazioni orroristiche, quasi trascendentali. Il tutto mi ricorda lo scenario oscuro di “2MM Darkest” di Germano Hell Greco portato fino alla completa degenerazione. E, anche qua, la colonna sonora non manca e, in particolare, lasci che sia De Andrè a dare voce a ogni capitolo. Cosa ci racconti di questo romanzo?

L.P.: "Il Posto delle Onde" è precendete alla "Murena". Risale addirittura alla primavera del 2012. Una primissima stesura, buttata giù in un paio di mesi e rimasta per anni a vegetare nel mio hard disk, senza che io sapessi bene cosa farne. Aver trovato il coraggio di dare la "Murena" in pasto ad Amazon, mi ha permesso di riprendere in mano il "Posto" e di dargli poi la forma che ha adesso. Ho un legame fortissimo con questo romanzo. Quasi non volevo farlo uscire, perché era troppo mio. Ma poi ho pensato che queste sono tutte masturbazioni mentali da autori che si danno un sacco di arie e che, se si scrive qualcosa, è perché qualcuno la possa leggere, altrimenti non ha molto senso.
Però, se la "Murena" lo cataloghi come fantascienza con poca approssimazione, il "Posto" non ha un vero e proprio genere di riferimento. Fantascienza anche lì, ma c'è una fortissima componente horror. È più violento, più crudo, più esplicito. Forse, e prendi questa definizione con le pinze, è un body-horror, proprio perché la trasformazione, fisica e mentale, è alla base di tutto e il corpo ha un ruolo che nella "Murena" non ha e non può avere (Sara è un personaggio completamente cerebrale). Il rapporto tra le due protagoniste è fatto di gesti e fisicità, di pochissime parole. Entrambe comunicano con il proprio corpo e il loro amore si esprime attraverso il corpo. È sempre il corpo a mutare e a permettere il contatto con l'altro. E il mondo non finisce, ma cambia pelle, si spezza, si sfilaccia, si rompe e si moltiplica.  C'è una carnalità, nel "Posto", che ha messo in difficoltà me per prima, perché non pensavo facesse parte del mio modo di essere e di scrivere.
Inoltre, il "Posto" ha dei punti di riferimento e delle fonti di ispirazione molto complesse, musicali, cinematografiche, letterarie: De Andrè, Virginia Woolf, Robert Wyatt e il suo "Rock Bottom", il gore di Lucio Fulci e di "Martyrs". Ed è anche, cosa pericolosissima, un romanzo sentimentale. Non solo l'amore tra Alice e River, ma nei confronti di tutto, del mondo morente che conosciamo e di quello nuovo che dalle sue macerie sta nascendo.
Non so se ci sono riuscita, ma quello che mi interessava dire è che si sopravvive non attraverso la forza, ma  attraverso l'amore e il cambiamento: Certe volte il modo che ha Alice di accettare ogni avvenimento come se fosse del tutto naturale mi riempie di stupore. E di un pizzico di invidia. Per lei non esiste nulla di abbastanza strano da mandare in crisi la sua fiducia nella bellezza di quello che la circonda. Non è passività. È un'aderenza perfetta. Un mimetizzarsi col tessuto strappato del reale, cogliere un'armonia che magari è stata interrotta ma che continua a cantare nel sottosuolo. Apprezzarla per quello che è, senza volerla per forza cambiare. Tutto questo a me è sempre stato negato. Io con le cose ci combatto e gli vado contro. Alice ci si tuffa dentro.”


F.: Hai avuto riscontri migliori o peggiori rispetto al tuo esordio?

L.P.:  Più o meno i riscontri sono stati gli stessi. Ecco, forse "Il Posto" ha lasciato spiazzato qualcuno. C'è una recensione su Amazon, in cui si lamenta la natura esplicita di certi passaggi. Ma, a parte questo, il romanzo, per essere un ebook autoprodotto di un'autrice sconosciuta come me, è andato abbastanza bene. Non so, ed è un problema che riscontro spesso anche sul blog, ma mi aspettavo un maggior coinvolgimento da parte del pubblico femminile. Mentre invece sembra che mi leggano quasi soltanto gli uomini.


F.: Esiste un rapporto tra i due romanzi?

L.P.: Una delle due protagoniste del "Posto", Alice, fa una breve apparizione in un capitolo della "Murena". È la prima istruttrice di sub di Sara, quando lei è appena una bambina. Si tratta più di un inside joke che di un vero e proprio progetto di serializzazione, anche perché i due romanzi si svolgono quasi nello stesso periodo storico e gli eventi narrati nelle due storie non possono avvenire contemporaneamente. Però sì, c'è il filo conduttore del mare e del rapporto che Alice e Sara hanno con esso. Loro due potrebbero essere quasi sorelle e mi sembrava giusto farle incontrare.


F.: Ho visto una tua protagonista fare incursione nelle pagine di qualche altro autore. E’ possibile o avevo abbondato con il Laphroaig?

L.P.:  River (e anche, ma molto meno, Alice e Clarissa) è presente  in uno dei racconti "Whalton Number 5", di Marina Belli (che ha curato l'editing de "Il Posto delle Onde"), che narra le gesta dell'anziana e bisbetica Eleanor, donna dotata di un olfatto prodigioso, nell'ambito dello scenario di 2MM.


F.: A parte i due lavori di cui abbiamo parlato, possiamo trovare altro di tuo da leggere?

L.P.: Per il momento, ci sono solo questi due romanzi. Ma sono in arrivo nuove cose.


F.: Questa è una non-domanda. Non ti chiedo il motivo per cui una blogger di cinema horror si sia dedicata alla sf, pur contaminata, perché per me i diversi sottogeneri della narrativa fantastica vanno considerati come diverse sfumature di un unico insieme. Vuoi aggiungere qualcosa a questa mia considerazione?

L.P.: Sì, che sono d'accordo con te: il fantastico è un unico grande insieme con diverse sfumature e i generi hanno confini molto labili e flessibili. L'horror è, da sempre, la mia grande passione e c'è un pizzico di orrore in ogni cosa che scrivo, ma un horror vero e proprio, ben definito e inequivocabile, non l'ho mai scritto. Prima o poi, non escludo che lo farò, ma a me piace sempre tenermi sul vago, per quanto riguarda le categorizzazioni.  Sul blog, per esempio, tengo una rubrica che si chiama "Dieci Horror per Decennio", dove analizzo un film per ogni anno a partire dal 1920. Oltre a essere un lavoro enorme e pieno di scoperte, riscoperte e soddisfazioni, mi ha anche dato modo di capire quanto siano fragili le distinzioni. In rubrica ho parlato di film come "Westworld", "Bagliori nel Buio", "Il mostro della laguna nera", "La Moglie di Frankenstein". Sinceramente, tu li definiresti horror puri o fantascienza? C'è chi ancora si scanna discutendo in maniera anche piuttosto accesa se "Alien" o "La Cosa" siano fantascienza o horror.
E anche un film che potrebbe cadere, senza alcun dubbio, sotto la definizione di horror, come il terzo "Nightmare", non è forse anche ascrivibile al fantasy? Per cui sono arrivata alla conclusione che le definizioni siano una cosa comoda quando devi sistemare i libri e i dvd sugli scaffali, ma del tutto inutile, e anche un po' dannosa, quando ti metti a scrivere. Conta soltanto la storia che hai in mente e se e quanto questa storia riesca a intrattenere il lettore. Tutto il resto è fuffa.


F.: Naturalmente "Westworld", il Gill-man, "La cosa" e "Alien", per me, sono fantascienza. E, in seconda battuta, horror. Ma non "Westworld" che è sf-sf.
Chiaro che le classificazioni sono spesso poco oggettivabili, se pensi alla musica lo sono ancora meno. Diciamo che tornano utili principalmente a sé stessi e che non c'è bisogno di mettere in piedi grandi teatrini per imporre il proprio punto di vista (sono incappato in discussioni simili e mi sono subito levato per eccesso di noia).
E, ultima cosa, "Star Wars" (la trilogia originale) è fantasy. Ecco. :D

L.P.: Sì, "Westworld" è sicuramente sf-sf, anche se il personaggio di Brinner è uno dei modelli dichiarati di Michael Myers di "Halloween" ed è, a tutti gli effetti, un personaggio da film dell'orrore. Il Gill-man è un mostro Universal, ed è parte integrante del loro ciclo di horror. "La Cosa", per quanto mi riguarda, è più horror che fantascienza. "Alien" è quasi uno slasher. E sono tutti film che mettono una strizza della madonna. Però sono davvero classificazioni che lasciano il tempo che trovano.


F.: Beh, nel mio caso la colpa è della mia formazione fantascientifica che, in certi casi, mi fa vedere l'orrore semplicemente come una componente di una storia. Anche perché, altrimenti, rischierei di classificare anche la realtà come orrore.

L.P.: Io, invece, ho una formazione principalmente gotica e vedo orrore dappertutto :D


F.: Hai intenzione di guardare anche ad altri mercati oltre quello italiano?

L.P.: Mi piacerebbe, ma non conosco l'inglese abbastanza bene per poter scrivere direttamente in lingua e le traduzioni hanno un costo che, per il momento, non posso sostenere. Vedremo in futuro.


F.: Prima hai accennato al fatto che, a breve, arriverà qualcosa di nuovo. Finalmente. Vuoi anticiparci qualcosa? Ci sarà ancora il mare?

L.P.: A novembre uscirà con Acheron Books il mio nuovo romanzo, "Nightbird," e questa volta, il mare non ci sarà.  Però ci ho messo un lago perché senza acqua non ci so stare.
Anche questa storia non ha una vera e propria collocazione di genere. Ci sono dei fantasmi e anche altre cose, più minacciose, che strisciano nel buio. Ci sono tante biciclette, un'Agenzia di viaggi soprannaturali molto cialtrona e, ebbene sì, una storia d'amore.


F.: Per concludere, a chi consigliamo il tuo blog di cinema? E a chi non lo consigliamo? E perché?

L.P.: Lo consiglio a tutti quelli che amano il cinema, non solo horror, e vogliono approndirne anche qualche aspetto tecnico e produttivo; tutti quelli che cercano film poco noti, anche vecchi di parecchi anni, e non vogliono solo sentire un'opinione sull'ultimo blockbuster arrivato in sala; a quelli che sono interessati a interrogarsi, senza la presunzione di volerlo per forza stabilire, su dove stia andando l'horror (e il cinema di genere in toto) negli ultimi anni.
Non lo consiglio ai nostalgici, a quelli che “oggi i film fanno tutti schifo e sono solo effetti speciali”, a quelli che guardano film brutti solo per sghignazzare e darsi di gomito con i loro sodali; non lo consiglio a chi cerca per forza le stroncature, perché da me ce ne sono pochissime e si parla solo di film belli (o che io reputo tali); ai duri e puri dell'horror indipendente che deve essere solo agonia e disperazione e appena ci metti un personaggio positivo o un barlume di speranza si lamentano; a quelli che cercano solo frattaglie e trippe esposte.
Soprattutto, lo consiglio a chi si vuole divertire insieme a me a parlare di cinema, che è sempre la cosa più bella del mondo.


F.: Grazie per la disponibilità, Lucia. A presto.

L.P.: Grazie a te. È stato un piacere.


Il Blog di Lucia Patrizi
>>> Ilgiornodeglizombi [link]

I romanzi di Lucia Patrizi su Amazon
>>> “My Little Moray Eel” [link]
>>> "Il posto delle onde" [link]

Colonna sonora
>>> Fleetwood Mac: "Songbird" (da "Rumours", 1977)

venerdì 23 settembre 2016

Letture seriali #1 - La Valle del Belbo di Davide Mana

Apro, con questo, un nuovo ciclo di post dedicato alle "letture seriali" che spesso adescano noi lettori con la loro continuità di storie o di temi. L'idea è di presentare, quindi, alcune "serie" che ho letto e gradito e di farlo lasciando la parola all'autore, ove possibile.

Raccolta introvabile
dei primi sei
Orrori della Valle Belbo
Tra gli scrittori che mi è capitato di leggere da quando esploro la narrativa fantastica indipendente, Davide Mana, è quello che ho trovato essere maggiormente aperto ai diversi generi: fantascienza, sword & sorcery, avventura, spionaggio, pulp, spesso mescolati tra loro per sorprendere il lettore.
A questo aggiungiamo anche la sua prolificità sul versante della saggistica storica, scientifica e tecnica.
In particolare oggi io e Davide ci focalizzeremo sui suoi racconti ambientati nella Valle del Belbo, storie di orrori rurali che presentano più di un punto di interesse (tra i tanti la collocazione non solo geografica ma anche storica).


F.: Ciao, Davide, grazie per il tuo tempo. Ne parli anche nelle appendici ai tuoi racconti ma vorresti, per prima cosa, darci un'idea del tuo rapporto col territorio in cui vivi, che spesso ti capita ironicamente di definire Astigianistan?

D.M.: Grazie a te per lo spazio che hai deciso di dedicarmi.
Riguardo all'Astigianistan… parte della mia famiglia ha le sue radici in questo territorio, e qui ci siamo trasferiti nel 2009, dopo la morte di mia madre.
L'Astigiano, il Monferrato, la Valle Belbo, sono territori splendidi e molto meno banali della "Bella Italia" che gli stranieri cercano quando vengono nel nostro paese. Io davvero credo che Monferrato debba il suo nome al medievale "Mons Feratus", le colline delle bestie selvatiche. Questo è un territorio aspro, che le attività umane sembrano aver domato e ingentilito, ma che torna selvatico con estrema facilità e rapidità. Gli abitanti, dal canto loro, sembrano condividere questa doppia natura - e in effetti da queste parti si dice "servà", selvatico, chi ha un fare scontroso e chiuso, al limite dell'ostilità.
Dopo sette anni di vita fra queste colline, io e mio fratello siamo ancora "quelli venuti da fuori", e questo senso di isolamento, per quanto in un luogo familiare, insieme con il paesaggio non esattamente rassicurante, è un'ottima fonte di ispirazione per storie efferate.
Senza contare la soddisfazione data dal poter descrivere i propri vicini di casa come degenerati cannibali dediti a culti orgiastici di divinità lovecraftiane.


F.: Non ho ancora provato ad affrontare un'intervista come segue: ti andrebbe di aggiungere alcune tue considerazioni ai commenti che ho lasciato anche su Amazon ai singoli racconti?

D.M.: Proviamo. La regola dovrebbe essere che non si commentano mai le recensioni se non con un cortese ringraziamento, ma questa è una sede diversa, vediamo cosa ne viene fuori...


Gli Orrori
della Valle Belbo #1
F.: "La notte dei cacciatori" è il primo degli orrori ambientati nella valle del Belbo: qui ci fai indossare i panni di un killer della mafia nel '49 nel territorio sconvolto dalla piena dell'anno precedente. Già dal primo sguardo nel retrovisore l'atmosfera si fa sinistra. E la caccia a un ragioniere scappato col malloppo si trasforma in un confronto con esseri mostruosi, cacciatori di altro genere rispetto al killer, che aspettano pazientemente il loro momento per "preparare la strada ai Padroni, ai Grandi Antichi, a Coloro che si Muovono negli Interstizi". I figli di Lovecraft abitano nelle ombre del territorio astigiano e si trovano a loro agio come nel New England.

D.M.: "La Notte dei Cacciatori" nasce come "Night of the Hunters", storia che scrissi per provare a entrare in una antologia della Chaosium. Mancai malamente la scadenza di consegna, e quindi misi la storia in frigorifero; quando mi venne chiesto un racconto per una antologia lovecraftiana, la riscrissi in italiano. Di quell'antologia non ebbi mai più notizie, e quindi cinque anni dopo (che mi pareva un tempo ragionevole) diedi una revisionata al testo e provai ad autopubblicarlo.
La dicitura "Gli Orrori della Valle Belbo" scaturì dal fatto che a quel punto avevo già in lavorazione "Chi Ha Nelle Mani Ha Vinto", e pareva una cosa divertente, provare a farne una serie.
Sul fatto che gli orrori sovrannaturali di Lovecraft ben si adattino a queste terre, in parte credo dipenda dai caratteri che descrivevo sopra. Della natura orrifica del Piemonte ha parlato spesso Danilo Arona (che chiamerei decano degli autori horror piemontesi, se non fosse che un tale titolo equivale alla mummificazione, e Danilo è ben vivo). Arona chiama il Piemonte "La Transilvania d'Italia". Una descrizione che rende bene l'idea. È il paesaggio? È il clima? La gente? La cultura? Tutto questo o niente di tutto questo? Bisognerebbe chiederlo ai lettori, probabilmente.


Gli Orrori
della Valle Belbo #2
F.: In "Chi ha nelle mani ha vinto", il secondo orrore della Valle del Belbo, ci fai attraversare quasi tutto il '900 in compagnia di due sorelle, Vittoria e Francesca, arroccate nella casa di famiglia. Gli orrori lovecraftiani lasciano il posto al lato oscuro della psiche umana: "il desiderio di possesso" di Vittoria marca ossessivamente tutto il racconto fino alle estreme conseguenze.

D.M.: "Chi ha nelle mani ha vinto" è un concentrato di cattiveria, ed è fondato su voci, leggende, dicerie ed eventi familiari reali o presunti di questo o quell'altro. La provincia è pettegola. "Chi ha nelle mani ha vinto", ovvero il possesso come diritto, è un proverbio che circola parecchio da queste parti, e rappresenta una mentalità a mio parere nefasta. E una mentalità che, lungo tutto un secolo, ha contribuito a un sacco di brutture, generato una quantità di dolore e infelicità. Avendo sempre scritto storie abbastanza semplici e tradizionali, mi piaceva l'idea di provare a scrivere qualcosa di diverso: niente lovecraftianerie, niente sovrannaturale. Una semplice storia di orrore psicologico. A giudicare dalle recensioni, direi che ha funzionato.
E a questo punto, con due storie nella serie, decisi che Gli Orrori della Valle Belbo avrebbero avuto una collocazione geografica comune, ma sarebbero appartenuti a sottogeneri diversi: orrore lovecraftiano, orrore psicologico, horror comedy e avanti di questo passo. Pareva una buona idea, e un buon esercizio - io cerco sempre di fare di ciò che scrivo un esercizio di scrittura, per me, per migliorare.


Gli Orrori
della Valle Belbo #3
F.: Il terzo orrore, "Dalle colline con la piena", lo condisci con una buona dose di ironia. L'alluvione del 1994 travolge Rita, la protagonista, intrappolandola tra le colline con l'acqua che, implacabile, trasforma il mondo in fango e detriti. La narrazione drammatica ha, però, un punto di svolta: il salvataggio di Rita ad opera di una "creatura-pesce", geniale omaggio dell'autore al Mostro della Laguna Nera, e il loro rapporto apparentemente innaturale che diventa passionale finché "qualcosa dentro di lei si spezzò e lentamente scomparve, portandosi via il dolore, la paura, la vergogna, e ciò che di Rita era rimasto fino a quel tempo ancorato a ciò che un tempo aveva considerato reale". L'orrore diventa favola.

D.M.: "Dalle Colline con la Piena" è stato scritto in un weekend, sostanzialmente per dimostrare (a me stesso, prima di tutto) che se voglio posso cominciare un racconto al venerdì sera e - Amazon permettendo - averlo in vendita nel primo pomeriggio del lunedì. 
Per ciò che riguarda la storia, l'alluvione del '94 fu un evento traumatico, e ha lasciato un segno sul territorio e nella vita delle persone. In realtà avevo due o tre idee per delle storie ambientate in quei giorni, e dovendo scrivere in fretta, ne ho cooptata una, e poi ho improvvisato.
Quanto al Mostro della Laguna Nera, è il mio preferito fra i mostri della Universal, e mi pareva che fosse giunto il momento che anche lui riuscisse finalmente ad andarsene con la bella di turno.
Di tutte le storie che ho scritto, e certamente di tutti gli Orrori, questa è quella che ha ricevuto meno commenti e recensioni, e che ha suscitato pareri molto diversi fra loro. Il che probabilmente significa che funziona esattamente come volevo che funzionasse.


Gli Orrori
della Valle Belbo #4
F.: Per inciso, a me è quella che è piaciuta maggiormente, sarà che sono un nostalgico dei film di sf degli anni '50…
Come già promesso dal sottotitolo, il quarto orrore, "La notte della nutria (un B-Movie)", ha proprio le connotazioni di un B-Movie. Una sorta di racconto corale, questo, che vede alcune persone alle prese con l'ennesima inondazione del luogo, stavolta non di acqua ma di nutrie ("Molti di quelli che avevano comprato i castorini li lasciarono liberi nei boschi, per liberarsene. [...] Chi avrebbe immaginato che si sarebbero mangiati il povero Ugo..."). Un ironico horror-thriller di ansia e pura azione, una lotta tra la stupidità e l'inarrestabile controffensiva della natura.

D.M.: "La Notte della Nutria" è una ristampa/riedizione di un racconto che scrissi per una antologia intitolata "Tutto il Nero del Piemonte", alla quale parteciparono molti bravi autori piemontesi. Il libro ebbe una scarsa esposizione, e quando i diritti tornarono a me, decisi di farne prima un remix che distribuii gratuitamente, e poi la versione "definitiva" - ed essendo la storia ambientata ad Asti, fra gli Orrori ci stava bene.
L'idea di fondo è che, se poste in una situazione "da film", le persone qualsiasi assumano inconsapevolmente dei ruoli "da film" - il vecchio autista diventa come il vecchio pilota interpretato, chessò, da Spencer Tracy, il professore del liceo diventa lo scienziato super-competente, e così via.
Il tema dell'antologia originale chiedeva agli autori di costruire una storia dell'orrore a partire da un reale orrore, da una bruttura realmente insistente sul nostro territorio. Io pensai all'impatto delle specie esotiche, e mi inventai una mitologia fasulla della nutria come creatura del male.


Gli Orrori
della Valle Belbo #5
F.: In "Ammazzasogni", quinto orrore della serie, tornano le suggestioni lovecraftiane e la Terra dei Sogni arriva ad estendersi fino alla Valle del Belbo. I protagonisti del racconto si muovono in ambientazioni oniriche: sono a caccia dell'Ammazzasogni che sta desertificando il Mondo dei Sogni, iperrealtà complessa che pare essere la risultante dei sogni degli uomini, anche dei morti. La caccia li porta ad un uomo "dedito alla propria personalissima visione dell'universo nel quale, avendo fallito nel tentativo di ottenere ciò che voleva servendo il Male, si sforzava adesso di conformarsi ad un'immagine di Bene altrettanto egocentrica ed arida". L'Ammazzasogni è colui che è incapace di crearsi un sogno in proprio e che, con ogni mezzo, indossa modelli comportamentali che non gli stanno addosso a lungo. L'Ammazzasogni è un portatore malsano di aridità e va eliminato. "Con gentilezza".

D.M.: "Ammazzasogni" è la più vecchia delle storie della Valle Belbo. Venne originariamente scritta, in inglese, credo nel 1997, e distribuita attraverso una mailing list e poi attraverso un sito web ormai scomparso da strani eoni. Fa parte di una serie, "Professional Dreamers", che mescola le Dreamlands di Lovecraft con la narrativa spionistica alla Len Deighton. Ci sono in totale cinque storie e un supplemento per un gioco di ruolo, in questa serie. "Ammazzasogni" si prestava bene alla serie degli Orrori, e quindi l'ho tradotta/adattata/riscritta. All'epoca (nel '97, intendo), mi interessava l'idea di un cattivo in fondo inconsapevole e abbastanza meschino, per non dire miserabile. Uno talmente distante da ciò che fa, da non capirne le conseguenze. 
E anche, in un certo senso, volevo provare a scrivere di come il riciclo delle idee altrui, dei paesaggi e delle narrazioni degli altri - come ad esempio le Dreamlands di Lovecraft - finiscano con lo svuotare gli originali di significato, con il devastare e uccidere quei luoghi dell'immaginario ai quali torniamo con nostalgia, ma coi quali non dovremmo interferire.
Seriosissima, come cosa, eh?


Gli Orrori
della Valle Belbo #6
F: "Rossa come il peccato" è il più spiazzante degli orrori della Valle del Belbo. Un'orrore intuito, nascosto sotto il racconto narrato in chiave pulp, un pulp con un finale tarantiniano (a detta tua, non è propriamente pulp quello di Tarantino). Probabilmente è stato un divertimento, per te, scrivere questa storia di musicisti sgangherati capitanati da un non-musicista in evidente declino ma che maneggia una Gibson ES-354, cherry red, del '59; sicuramente, è stato un divertimento leggerlo.

D.M.: Dev'esserci scritto "basato su una storia vera", da qualche parte, in "Rossa come il Peccato", che prende l'avvio da una parte da tutte le storie dell'orrore condivise con amici musicisti nel corso degli anni, e dall'altra da uno scherzo orribile che Walter Baker e Donald Fagen (i futuri Steely Dan) facevano al chitarrista della band in cui esordirono: riarrangiare i pezzi al volo durante i concerti, in modo da lasciare il poveraccio fuori chiave. E lui che non capiva come potesse accadere, ne impazziva.
Ci sono un sacco di aneddoti e di riferimenti alla storia della musica rock, di scemenze e di battute, e di riferimenti al tipo di cose che capita di fare quando si cerca di sbarcare il lunario suonando. E poi ci sono le lunghe notti spese a questa e quella sagra locale, a mangiare ottimo cibo ascoltando musica (normalmente) pessima e a volume troppo alto.
È una storia eccessiva, paradossale e molto molto sopra le righe. È pulp nel senso di Tarantino.
E Tarantino non mi ha ancora chiamato, a dire il vero, ma credo ne verrebbe un buon film. Ci vedrei Michael Madsen, a fare Willy, il proprietario della chitarra...


F.: Le storie della Valle del Belbo sono orrori ad ampio spettro: vanno da Lovecraft alla psiche umana, passando per la fantascienza, la storia, il pulp e tanto altro. C'è dunque spazio per molti nuovi orrori, mi pare. Ce ne saranno altri?

D.M.: Mi piacerebbe. Come dicevo, vorrei che ogni successivo Orrore della Valle Belbo fosse un tipo di orrore diverso. Ho una storia di spettri, che langue da mesi in attesa di revisione, e una storia su un ciclista che chiede un passaggio durante un temporale (chissà, magari lo stesso dell'alluvione del '94). Oh, e una cosa che si intitola "Lo stile di vita dei ricchi e famosi" e che è un horror gastronomico con velleità di satira sociale, legato alla nuova moda del "roadkill cooking" - il cucinare ciò che si è investito con l'automobile.
Sono sul mio hard disk, in vario stato di avanzamento. Non è detto che, allentandosi un po' la pressione, io non ci metta mano. Magari per l'inverno. L'inverno ben si adatta all'orrore, e la campagna può essere particolarmente triste, cupa, e sinistra.


F.: Dato che già pubblichi anche sul mercato anglofono, hai pensato di proporre le tue storie della Valle del Belbo su mercati diversi da quello italiano, magari meglio disposti verso la letteratura di genere?

D.M.: Ci ho pensato, e non più di due settimane or sono, forse tre, un'amica che sta in USA e scrive horror mi suggeriva di provare a tradurli, perché il rural horror (o folk horror che dir si voglia) sta vivendo una stagione positiva, e oltretutto c'è una grande curiosità per l'Italia. I problemi sono sostanzialmente due, oltre alla cronica mancanza di tempo: il primo è che, proprio per ottimizzare i tempi, da circa un anno scrivo solo ciò che sono ragionevolmente sicuro di poter vendere. L'editore propone un tema, io scrivo su quel tema. Seconda cosa, per me tradurre il mio lavoro significa riscriverlo, ed è un lavoro lungo e abbastanza noioso.
Ma non diamoci per vinti: in inglese "Dalle Colline con la Piena" si intitola "Washed Away", e sta facendo il giro degli editori. Magari a qualcuno piacerà. 


F.: Riuscire ad esportare del folk horror nostrano sarebbe un'ottima cosa: magari un successo all'estero potrebbe avere perfino ricadute positive sulle edizioni italiane. Usciamo dalla Valle e allarghiamo lo sguardo a tutto quello che hai scritto: cosa ti diverte di più e cosa ti dà più soddisfazione? Quali tuoi titoli pensi siano più adatti per avvicinare un nuovo lettore ai tuoi lavori, saggi compresi?

D.M.: Mi diverte capovolgere le aspettative, mi diverte portare avanti un discorso ottimista sul progresso quando scrivo fantascienza. Mi dà soddisfazione riuscire a scrivere una buona pagina di dialogo, che fili, abbia ritmo, e sia fedele ai caratteri dei personaggi. Mi dà soddisfazione, naturalmente, essere letto.
Nell'ultimo anno mi ha dato molta soddisfazione arrivare su un mercato come quello di lingua inglese, che è durissimo, ma molto molto gratificante. 
E mi diverte moltissimo scrivere le storie di "Aculeo & Amunet", che rimangono i miei personaggi ai quali sono più affezionato in assoluto.
A un nuovo lettore credo che consiglierei "Blooper" se ama la fantascienza, "Asteria alla Corte di Minosse" se preferisce il fantasy, e probabilmente un Orrore della Valle Belbo per l'horror. Fra i saggi, "Avventurieri sul Crocevia del Mondo" rimane il mio bestseller, con "La Misura del Tempo Geologico" buon secondo.


F.: Anticipazioni sulle nuove uscite?

D.M.: Quando si lavora con degli editori non si è padroni del proprio tempo. Nei prossimi mesi dovrebbero esserci (incrociando le appendici opportune) un po' di cose in uscita in lingua inglese, a cominciare da una nuova storia di "Aculeo & Amunet", a un romanzo per un editore australiano, a una serie di storie steampunk legate ad una ambientazione per un gioco di ruolo, intitolata "Hope & Glory". Non il solito steampunk, però.
E poi staremo a vedere, c'è un romanzo di fantascienza più o meno imparentato con "Blooper" che uscirà, spero, a metà 2017, ci sono progetti che spesso si riducono a un titolo e un paio di note su un post-it.
Intanto, cominceranno a uscire i volumi della collana "Zenobia", che a quanto pare curerò per Acheron Books. Sarà una bella avventura.


F.: "Blooper" mi ha colpito molto: sono davvero contento che esca una storia collegata. 
Grazie per la pazienza, Davide. A presto. 

D.M.: Grazie a te per l'opportunità, e grazie a chiunque abbia letto fin qui.


Nota finale: le copertine sono di Davide Mana stesso.


I blog di Davide Mana 
>>> Strategie evolutive [link]
>>> Karavansara  [link]

Davide Mana su Amazon
>>> Gli Orrori della Valle Belbo [link]
>>> Tutto Davide Mana [link]

Pubblicare in inglese
>>> "Dovresti provare a pubblicare all’estero" (post su Strategie evolutive) [link]


domenica 18 settembre 2016

Divertirsi con Prisma

Anche Runneapolis è stato oggetto
di esperimenti con Prisma
Era da un po' che avevo intenzione di spendere due parole su Prisma, una app che serve a filtrare "artisticamente" le immagini digitali.
Da quando è stata resa disponibile sul Play Store di Google (su quello maccaronico era già presente), hanno aggiunto diversi filtri e perfezionato alcuni meccanismi.

Di fatto si tratta di una app semplice: scegliete l'immagine, applicate il filtro, lo calibrate percentualmente e salvate/condividete il risultato. Non ci sono altre finezze per cui, se volete qualcosa di più, dovete eventualmente combinare il risultato ottenuto con l'utilizzo di altre app (Snapseed, PicsArt, ecc.).

In particolare occorre tenere presente che l'elaborazione dell'immagine avviene su server remoto (voi spedite un'immagine e il server vi spedisce l'immagine elaborata) e questo si traduce in un consistente traffico di dati, soprattutto se la usate a manetta.

Io la sto provando da questa estate e la trovo abbastanza divertente. Per vostra fortuna, non vi sto a infliggere i miei primi esperimenti con tutte le possibili versioni di una stessa foto ma vi rifilo, in ogni caso, una bella galleria di immagini che ho creato (le potete subire anche su Instagram e EyeEm dove mi trovate con l'account fabiorcrespi).

Here we go. :P


Scatti sparsi

Milano, Torre Velasca
Milano, Torre Velasca
Milano, P.le Maciachini
Milano, Duomo e Galleria
Milano, via Mazzini
Milano, vista da via Mazzini
Parigi, Aeroporto CDG
Sartene (Corsica), Cimitero
Bresso, Riflesso
Lissone, Roadhuse
Bresso, Punto in box
Milano, via Mazzini
Propriano (Corsica), Tramonto
Propriano (Corsica), Spiaggia
Propriano (Corsica), Spiaggia
Lago d'Iseo, The Floating Piers
Propriano (Corsica), On the road
Bresso, Laghetto Oxy.gen
Bresso, Oxy.gen
Bresso, Oxy.gen
Milano, Parco Nord
Milano, Parco Nord
Bresso, Giardinetti


Selfie da pirla

Selfie da pirla #1
Selfie da pirla #2
Selfie da pirla #3
Selfie da pirla #4


Buon divertimento.

>>> Il sito di Prisma [link]
>>> fabiorcrespi su Instagram [link]
>>> fabiorcrespi su EyeEm [link]

lunedì 12 settembre 2016

Space Vampires

Tra le varie catene che girano sui social (e delle quali molti di noi farebbero volentieri a meno), ogni tanto ne capita una simpatica: settimana scorsa sono stato coinvolto in una che chiedeva di postare la "foto di un film che amo, senza specificare altro" e taggare un po' di amici (altrimenti che catena sarebbe?).

Questa la foto che ho postato:

Lifeforce
Si tratta di un fotogramma della scena finale di "Space Vampires" ("Lifeforce" in originale), un film fantahorror di Tobe Hooper del 1985 che, diciamolo subito, non è un capolavoro.

Dalle sequenze iniziali nello spazio alle apocalittiche scene finali da infezione, passando per un manicomio, la storia tende a sfilacciarsi notevolmente: il tentativo di rendere questi vampiri spaziali simili al vampiro tradizionale è la cosa meno convincente di tutto (i pipistrelli nell'astronave, la spada di metallo al posto del paletto di frassino, la rapida trasmissione dell'infezione) ma i vari momenti considerati separatamente hanno una loro bellezza: l'astronave aliena lunga con l'ombrello gotico, l'atmosfera del manicomio, la scena finale.

Fatto sta che ogni tanto mi capita che mi venga in mente (lo amo?) e di rivederlo (ho un dvd originale solo in italiano con una qualità d'immagine che renderebbe tronfia una versione su VHS copiata da un'altra VHS).
E non mi si dica che lo riguardo solo per Mathilda May, la spacegirl, che gira vestita solo di sè per quasi tutto il film.

Mathilda May, la spacegirl

Il film è basato sul romanzo "I vampiri dello spazio" di Colin Wilson dal 1976: le atmosfere che virano dalla fantascienza all'horror sono simili ma la storia si concentra maggiormente sul fenomeno del vampirismo psichico rispetto al film dove si cerca semplicemente di salvare il mondo.


In Italia, il romanzo è stato proposto per la prima volta nel 1978 su Urania 744 (io avevo cominciato a comprare regolarmente Urania dal numero speciale 740, "Quando i neutri emergono dalla Terra"/"Cronomoto" di Bob Shaw) e riproposto proprio quest'anno in aprile nell'Urania Collezione 159.

Buona visione/lettura.