venerdì 22 aprile 2016

Fabio Novel, autore tra editoria tradizionale e self

Particolare della copertina di "19 shots"
(foto di Kevin Connors)
Nel tanto bistrattato mondo dei social capita di incrociare la strada con persone che avevi conosciuto in una vita precedente (all'epoca dei newsgroup, tanto per dare una approssimativa collocazione temporale).

Poco tempo fa ho incrociato Fabio Novel su un gruppo di facebook dedicato ai libri digitali. Di Fabio avevo letto il primo romanzo "Scatole siamesi" quando era stato ripubblicato da Delos Books (la prima edizione della Nord l'avevo mancata) e qualche mese fa avevo comprato il suo secondo romanzo, "Sangue khmer", che se ne stava bello tranquillo nella pila digitale dei "lo leggerò prima o poi".

Dopo qualche incrocio e scambio di battute su alcuni thread ho deciso di rileggere il primo e di leggere il secondo. Ci siamo anche accordati per una intervista e quindi procediamo (anche se ho letto altre interviste a Fabio e temo che lo annoierò con le stesse domande alle quali avrà già risposto mille volte).


F.: Ciao, Fabio. E grazie per il tuo tempo. Leggendo i tuoi due romanzi, entrambi ambientati in estremo oriente, e notando l'accuratezza dei dettagli relativi a luoghi e popolazioni mi sono fatto l'idea che tu sia nato e vissuto da quelle parti, tra Bangkok e Phnom Phen. Mi sbaglio?

F.N.: Grazie a te per avermi invitato! Ti assicuro che le tue domande sono stimolanti, al punto che rischio di finire io con l'annoiarti rispondendo. ;)
Nato e vissuto tra Bangkok e Phnom Penh? Beh, che tu ti sia fatto questa idea mi conforta: lo vedo come un segno che dai due romanzi emerge realismo e plausibilità.
In realtà, nasco e vivo nell'italiana Trieste, città di mare e di frontiera, che è stata un atipico, quasi recalcitrante eppure a modo suo vitale, snodo storico di culture (italiana, austriaca e slava in primis) e retaggi differenti, tradizionalmente caratterizzata perciò da sfumature di confine e di interazione portuale e mercantile, oggi meno evidenti.
È però senz'altro intenso e forte il mio legame con l'Asia del Sud Est, con la Thailandia in particolare, che posso per buoni motivi considerare a volte una seconda casa. Ma non ci sono nato, no. Forse, in un certo senso, potrei dire che ci sono rinato senza morire, un quarto di secolo fa. Definiamola una parziale metamorfosi? O, piuttosto, la scoperta e l'esplorazione interiore attraverso la scoperta e l'esplorazione di posti totalmente diversi dal crocevia mitteleuropeo in cui ero cresciuto. Il mio percorso di crescita personale ha tratto profondo beneficio dai viaggi. Intendiamoci, non sono stato certo un Bruce Chatwin, ma spostarmi con mente e cuori aperti, benché attenti, mi ha fatto scoprire non solo una parte del mondo e delle sua genti (intesi come popoli, e come individui) e i vari aspetti storici, culturali, religiosi, sociali, umani (e, sotto questo aspetto, la similitudine di fondo nell'oggettiva diversità), ma anche ha fatto emergere una parte importante di me, che altrimenti, ne sono convinto, sarebbe rimasta latente, silenziosa e limitata, forse frustrata.
Ebbene, gran parte di quel giovanile girovagare, perlopiù on a shoestring, ha avuto luogo proprio in Oriente, tra la vecchia Hong Kong ancora legata alla Corona inglese e la fascinosa Bali, tra uno Sri Lanka in cui le Tigri Tamil ancora mordevano e quel Viet Nâm che si riapriva al turismo con la consapevolezza di aver vinto una pur dolorosa e sanguinosa guerra, tra l'Indonesia del dittatore Suharto e la Cambogia dei peacekeepers delle NU, e così via, con almeno una visita per ognuno dei paesi che compongono il pittoresco e fascinoso puzzle dell'area. E, sì: tante volte in Thailandia, eletto a mio 'campo base' per le spedizioni di cui sopra, oltre che luogo da visitare. Ad un certo punto, due decenni fa, ci ho pure messo su famiglia: mia moglie è Thai.
Detto un tanto, anche se non sono mai stato in Oriente per segmenti di tempo continuativi superiori ai 40 giorni, facendo due calcoli sommari, direi che un paio dei miei quasi cinquant'anni da quelle parti ce li ho vissuti! :)


F.: Ho letto "Sangue khmer" con una certa lentezza perché mi sono accorto che andava seguito con particolare attenzione. L'indagine di Tia sulle bambine violentate e uccise è il filo della storia ma corre parallela alla storia di un paese continuamente bagnato dal sangue delle vittime e alla storia della vita della stessa Tia. Come è nato il romanzo e quanto delle tue esperienze ci si trova?

F.N.: La Cambogia di cui hai letto in "Sangue khmer" è quella che mi accolse nell'ottobre del 1992.
Anche se "nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono fittizi o usati in modo fittizio", ci sono persone che conobbi lì che, in qualche modo, m'ispirarono dei personaggi del libro. Ma, sia chiaro, NON sono loro.
Molto descrizioni e dialoghi li sentii o sperimentai personalmente. Ad esempio, quando visitai il carcere di Tuol Sleng, una ex scuola trasformata in luogo senza ritorno, un metodico mattatoio, mi si impressero nell'anima sensazioni ed emozioni poi riportate nel libro, benché filtrate attraverso la personalità della protagonista Tia. Similmente, ho inserito vari altri episodi o scene che mi passarono davanti agli occhi. Dialoghi come quello dei caschi blu al bar dell'albergo li sentii con le mie orecchie, così come le amareggiate testimonianze di un expat di lungo corso sull'operato delle ONG, che riprendo nel romanzo. Gli esempi in tal senso sono molteplici, sparsi in pillole e singole foto, o addirittura in sequenze integrali, con annessi suoni e odori. Cose molto brutte e cose molto belle. Scoprii una terra che aveva affrontato grandi sofferenze, sì, ma parimenti aveva un grande fascino.
Certo, l'esigenza narrativa ti fa anche inventare qualcosa nello scenario. Ricordo ad esempio di aver piazzato gli HQ della CIVPOL, la Polizia Civile, delle NU in un edificio in una piazza di Phnom Penh, per favorire un set.
Come nasce il romanzo, mi chiedi anche.
Il primissimo spunto risale a quei stessi giorni. Note e appunti, catalizzati dall'insieme di emozioni, mi fecero pensare che quella Cambogia sarebbe stata un ottimo protagonista per un romanzo. Ma avendo iniziato ad elaborare "Scatole siamesi", mi concentrai su quello.
Qualche anno dopo (siamo a cavallo del millennio) ripresi quel materiale. Lasciai che una bozza di plot ci crescesse attorno. La prima versione del romanzo non si discostava molto dalla presente, se non per alcuni passaggi e per il fatto che era integralmente narrata in prima persona, dalla protagonista femminile. Punto di vista e focalizzazione rimasero, ma riscrissi la vicenda in terza persona, intenzionato a proporla a Segretissimo. Ma la storia mi crebbe tra le mani con delle caratteristiche che sempre più si scostavano dalla linea action e serializzata della collana. E poi sentivo che c'era ancora qualcosina da mettere a posto, nel testo. Sono pignolo su questi aspetti, e questo non giova nel chiudere definitivamente un romanzo, quando non hai il monito di una deadline con l'editore. Decisi di parcheggiarlo ancora per un po', ma… beh, quell'intervallo si protrasse un pelino troppo. ;)
Ripresi "Sangue khmer" e lo portai nella sua forma definitiva appena un paio d'anni fa. Lo feci per un editore che lo mise sotto contratto. L'intenzione era farne il volume d'apertura di una nuova collana digitale e cartacea. Ma le cose purtroppo non si concretizzarono, e in totale e sereno accordo chiudemmo il contratto.
A quel punto, m'ero intrippato dal discorso digitale. Avevo già (ri)pubblicato con Delos il racconto lungo "Phuket Inferno". Così lo proposi in lettura per la collana Odissea Digital. E, insomma, eccoci qua!


F.: Avendoti conosciuto in ambito "fantascientifico" ed essendo il tuo primo romanzo un post-cyberpunk innestato su una prospettiva di trans-umanesimo, mi ero fatto l'idea che tu fossi uno scrittore di sf. In realtà, scorrendo la tua bibliografia, mi pare che tu sia principalmente uno specialista di spy-story che non disdegna di frequentare anche altri generi (fantascienza, fantasy, horror, western).

F.N.: Come lettore sono tendenzialmente onnivoro da sempre. Trovo quindi abbastanza normale frequentare vari generi anche da autore, spesso con spontanee contaminazioni, per quanto in verità definirle contaminazioni sarebbe improprio, visto che semplicemente possono contare su una varietà ampia di tag assegnabili. Non è che un giorno mi sveglio e dico: oggi voglio mescolare questi tre elementi, e costruisco una storia, no; narro qualcosa, e dentro ci confluisce ciò che serve. Le etichette vengono dopo. Utili e/o dannose che siano. Di decidere il mix di generi a priori mi è successo solo con "L'uomo che uccise Texas Jones", perché inizialmente commissionato per un progetto western dai connotati noir.
Quando scrissi i primi racconti, da ragazzo, questi erano tutti di SF o comunque con elementi fantastici. Quando in adolescenza sognavo di diventare un autore più o meno noto, i miei autori di riferimento erano i vari Heinlein, Farmer, Dick, Brunner, Zelazny, Silverberg… È strano che invece da vari anni, pur continuando ad amare la sci-fi, io non ne produca. Tendo ad essere particolarmente severo e castrante con le idee che mi vengono in mente a tema fantascientifico. A volte mi chiedo perché…
Parlando di alcuni altri generi, giustamente hai sottolineato la mia "specializzazione" (anche come curatore di antologie) nella spy story. La narrativa spionistica, nelle sue varie sfaccettature, mi è entrata definitivamente nel sangue all'inizio degli anni 90, principalmente per le sue connotazioni geopolitiche e la ricchezza di location, e poi per le trame. Sicuramente, tutti gli 007 che mi guardavo e riguardavo sin da bambino hanno influito nel catalizzare poi l'interesse per una spy fiction più intricata e realistica.
"Scatole siamesi", il mio romanzo d'esordio, è soprattutto SF (lo dico con molto affetto, la fantascienza è stato il mio primo grande amore, in termini di narrativa di genere), ma anche spy story avventurosa e esotica in stile anni '80 e '90 (quella del mitico Eric van Lustbader, per intenderci) e hard boiled.
In "Sangue khmer" c'è il thriller, con tanto di serial killer e conseguente indagine, ma anche l'intreccio spionistico, l'approccio noir, il realismo di un drammatico mainstream ad ambientazione tropicale.
Di horror ho scritto qualcosa, e ho delle idee in cassetto, ma non è il genere che pratico con più passione.
Discorso a parte invece per il fantasy. Lì ho ancora tante frecce al mio arco, ancora, oltre a racconti come lo pseudo ellenico "Il raccolto" o l'allegorico "La Casa dei Sogni e delle Speranze". Sono un patito del low fantasy, comunque: sudore & sangue, acciaio & umanità, dicotomie livellate, frantumate. Nei miei gusti, il preferito resta il compianto David Gemmell, subito dopo si piazza il contemporaneo, e con le contropalle, Joe Abercrombie.
Comunque sia, indipendentemente dal genere, non sono soddisfatto se una storia che scrivo non lascia traccia di emozione nel lettore.


F.: Chi è Fabio Novel e da cosa trae ispirazione per le sue storie?

F.N.: Chi sono? Un marito e un padre. Un vero amico, per chi per me conta. Un ragazzino che avrebbe voluto diventare archeologo (quello che scava e ci dà di spazzolino, non quello con 'frusta e pistola', che pure tanto mi divertì) e che invece ora è un professionista nel campo della Formazione & Sviluppo. Uno scrittore dalla produzione eclettica, ma contenuta e discontinua. Un lettore, soprattutto. :)
Circa l'ispirazione… dipende. Nel caso di "Sangue khmer", ma anche di "Scatole siamesi", l'ispirazione nasceva da esperienze o sentimenti personali, da trasformare in una storia che li contenesse, appassionando il lettore oltre che il sottoscritto. Ma che fosse molto più ampia e complessa e interessante di me! ;) Nel caso dei racconti, succede invece veramente di tutto. A volte è un'immagine, a volte un titolo di cui avverto una strana impellenza a trasformarlo in storia, a volte è un protagonista che reclama di fare la sua parte, a volte c'è un argomento che voglio affrontare, per amore o odio, etc… Talvolta vengo arruolato in un progetto, allora l'ispirazione non bussa alla tua porta, ma parti all'esplorazione dentro e fuori di te, nel contempo: per trovare un buon soggetto, con personaggi intensi e possibilmente con una storia che lasci un segno.


F.: Sei un autore con una lunga storia editoriale, anche come curatore di antologie, e ora ti sei affacciato al mondo del self-publishing in modo studiato, creando una sorta di collana ("e-bACk": per cosa sta "AC"?) ordinata per numero e con tanto di indicazione del genere dell'opera. Come ti è venuta l'idea? Hai buoni riscontri relativamente a questa operazione?

F.N.: In effetti, sono passati quindici anni dal mio esordio professionale. La mia avventura da autore 'anche' indie inizia invece nel 2014. Avevo alcuni racconti di cui avevo riacquisito i diritti. Individuai nel self la possibilità di dare loro una seconda (terza, in alcuni casi), vita. L'auto-pubblicazione mi consentiva anche di imparare cose nuove, quelle relative alla creazione di un ebook. E di giocare un po' con l'aspetto grafico, pur considerando tutti i rischi che derivano dall'affrontarlo in autonomia.
Come "editore di me stesso", decisi di dare i connotati di collana a queste riproposte, generando un gioco di parole tra book e back: e-back, i libri che ritornano in digitale. ;)
Mi ero divertito a farlo, mi piace ammetterlo. Decisi perciò che potevo azzardarmi a tentare di proporre anche degli inediti. Avevo bisogno di una nuova collana, che battezzai e-nediti. Per ora, due i titoli: "1987-1992", una silloge di poesie, e "Il Vate dell'Eros", una pseudo biografia umoristica, che attraverso la vita e le opere di un personaggio inventato e ossessionato dal sesso mi consente di ironizzare - generalmente con affetto e stima, qualche volta invece con una punta di satira - soprattutto su nomi e titoli letterari noti, ma in parte anche su canzoni, personaggi pubblici, politica e religione. Non mi sono mai divertito tanto a scrivere una cosa, credimi.
Last but not least, timidamente e senza grandi clamori, ho distribuito la versione in inglese di un mio racconto. Per "The Man Who Killed Texas Jones" ho inaugurato una nuova collana, e-nternational, dal futuro diciamolo pure al momento del tutto aleatorio. A questo proposito, sto valutando le possibilità date da BabelCube. C'è qualcuno tra chi segue il tuo blog che ha esperienza in merito?
Circa i riscontri meramente numerici, posso onestamente confessare che da questo punto di visto ho avuto più soddisfazioni dalle esperienze cartacee. Ma, lo sottolineo, è appunto un discorso prettamente di numeri, cioè di confronto con i quanti sono stati i lettori raggiunti con riviste e libri tradizionali (che solo in tempi recenti sono stati affiancati da versioni ebook). Ma questo lo imputo in parte anche al sottoscritto: l'Autore/Editore deve curare molto l'aspetto grafico e l'opera promozionale. Nel mio caso da self credo d'aver fatto dei lavori tra i sufficienti e i buoni, ma pur sempre artigianali, in termini di copertine. E circa l'aspetto marketing, non essendo il sottoscritto un granché attivo e ciarliero nei social, una fetta di quella visibilità che è determinante rispetto ai lettori digitali viene decisamente meno. Non solo, nei social si catalizza curiosità anche perché a nostra volta si è curiosi e perché si è presenti o coinvolgenti. Perché si generano correnti di simpatia che poi aiutano. Però, se la simpatia e/o il rispetto e/o l'interesse sono artefatti, o ipocriti, meramente finalizzati a ottenere un download in più o un paio di "mi piace", ritengo che la cosa possa avere anche qualche beneficio nel breve termine, ma non sicuramente nel lungo. E comunque: non è il mio tipo di approccio. L'onestà è un valore.
Aggiungo peraltro che ormai, volenti o nolenti, persino autori bravi e di esperienza, distribuiti in libreria e/o in edicola da anni, a meno che non abbiano alle spalle una precisa scelta d'investimento editoriale sono ormai costretti a dedicare parte del loro tempo alla promozione in rete. Questo perché persino le CE medie e grandi gettano in pasto al mercato titoli e autori validi senza un supporto promozionale adeguato, che invece viene tendenzialmente canalizzato solo sui titoli di punta - del resto non è che le/gli addetti stampa possano fare miracoli, seguono le direttive aziendali.
Comunque, riprendendo le considerazioni iniziali, guardo all'aspetto positivo. Che non è quello di un significativo ritorno economico dalla produzione self (anche se certo non mi dispiacerebbe). Non è sicuramente con la scrittura che sostengo il budget familiare, è con il mio lavoro. Ma cerco di prendermi qualche soddisfazione, questo sì. Quindi, oltre ai numeri, a livello motivazionale conta moltissimo il feedback del lettore sincero; ancora di più quando arriva da una persona che conosci poco o per niente.
Ciò che pubblico, che sia con l'edicola Mondadori, con Delos Digital o qualsiasi altro editore tradizionale o digitale, o che sia in self, ha comunque sempre tutta la mia cura. Perché il Lettore va rispettato!


F.: Il mondo del self è particolarmente variegato in fatto di qualità, sia come contenuti che come prodotto finale. Levando l'opportuna tara in base alla legge di Sturgeon, esiste una marcata differenza qualitativa tra autori self (che si occupano di ogni dettaglio dei propri lavori, compresi un accurato editing e la cura dell'aspetto grafico) e autori pubblicati da casa editrice?

F.N.: OK, lo ammetto: la memoria cigola, quindi sono andato a rivedermi la Legge di Sturgeon (straordinario autore, il buon Theodore, che amavo: dovrei rileggermi qualche volta "Cristalli sognanti" e "Nascita del superuomo"). Quella che definisci 'tara' in realtà è piuttosto pesante: 90% di stronzate?
Sturgeon, comunque, provocava per difendere la SF sotto attacco, giusto?
Comunque: sì, l'idea che mi sono fatto è di un mondo in grande fermento, in espansione incontrollata, che di conseguenza si propone ahinoi con una notevole dose di pressapochismo, di sicumera, di egotismo e hybris… Oscurando lo sforzo dei più dotati e dei più seri. Purtroppo, sembra essere lo scotto da pagare per quella che, per fortuna invece, è una apprezzabile forma di libertà. Ma la libertà, lo sappiamo, richiede maturità (che non ha niente a che vedere con l'età, sia chiaro!). Richiede etica. Autocontrollo. Rispetto anche di norme non scritte.
Certo, è un peccato che in tale alluvione di titoli risulti difficile individuare, o persino crederci, il pezzo buono. Ma insomma, quanto fango Zio Paperone si spalava nel Klondike per trovare le sue pepite?! Un po' di costanza può mettercela anche il lettore, supportato da una discreta esperienza, dall'istinto e dal fatto che i fattori di investimento presentano rischi minimi (di rado gli emergenti o anche i self esperti sparano prezzi sconvenienti) e quindi giocano a favore della curiosità.
Per la mia esperienza di "lettore di indie", che al momento giudico ancora limitata, me la sento di dire che in presenza di autori validi, con personalità e stile, la differenza qualitativa con chi passata per CE non si vede affatto. Addirittura il self "potenzialmente" consente ad alcuni autori o testi molto originali o comunque molto interessanti, di arrivare ai lettori, superando il fatto che le CE tradizionali non vogliono, per ottusità o timore, o piuttosto proprio non possono, per oggettiva limitatezza del mercato di riferimento, puntare su di loro.
Di autori self in gamba ce ne sono tanti. Non proporzionalmente, purtroppo. Ma fossero anche solo il 10% dello sfornato, e magari così è davvero, resta comunque uno su dieci che merita di essere letto/a. Sono quindi aperto al self publishing e tutto sommato ottimista sul fatto che si genereranno nuovi equilibri, che terranno il peso della bilancia sul positivo.
Quello che non mi piace per niente è invece la contrapposizione, lo scontro che talvolta vedo infiammarsi. Conflittualità a volte persino cercate, non solo casuali e istintive, dettate da eccesso di passione. Le trovo inutili e perniciose, salvo rare eccezioni. Due le contrapposizioni principali: digitale vs cartaceo e CE vs self-publishing. Non mi dilungo: la mia posizione sia di autore che di lettore è: non me ne sbatte un cazzo! Vado per opportunità situazionali. Amo di più il cartaceo per fattori anche irrazionali, lo dichiaro, ma che mi appartengono e nessuno può criticarmeli fintanto che non tento di oggettivizzarli, ma nel contempo il mio ereader è pieno di ebook interessanti e coinvolgenti, disponibili solo in digitale, con CE e autopubblicati, o di romanzi che mi sono arrivati a costare (non piratati, eh!) anche un quindicesimo del costo del volume in libreria. Queste sono opportunità.
Non dissimile è la mia posizione da autore.


F.: Cosa hai in cantiere, ora? Pensi che in futuro, magari per un opera lunga, tu possa preferire l'autoproduzione alla pubblicazione con una casa editrice?

F.N.: Innanzitutto, questa estate uscirà per una CE digitale indipendente (non faccio il nome perché non so se posso) un racconto inedito: "La prima pietra". È ambientato nell'Azawad, una regione del Mali, tra il 2011 e il 2012. Si parla delle rivolte autonomiste tuareg e dell'affermarsi di gruppi armati fondamentalisti come Ansar Dine e l'AQMI. È un racconto nero, con un filamento giallo. Parla di tradizioni, di legame padre-fliglio, di cieca e crudele applicazione della sharia. Ma è soprattutto una drammatica storia d'amore.
Poi, vedremo. Mi sono messo in testa di chiudere finalmente i conti con un romanzo storico-fantastico che, ritoccato più volte, mi accompagna da quando avevo diciott'anni (e non ridere!). Per questo lavoro, una mezza idea di puntare tutto sul self mi rimugina dentro, ma onestamente lo farò solo se mi convincerò di poter raggiungere un numero adeguato di lettori, perché ci tengo molto, a questo romanzo. Dipenderà quindi da come si comporteranno i miei ebook, in particolare quelli indipendenti, nei prossimi mesi.
Nel frattempo, immagino scriverò qualche racconto inedito. Di spunti ne ho vari, idee o bozze. Magari qualcuna di queste potrebbe sposarsi con qualche proposta di progetto antologico, dovesse arrivare. Devo dire che mi trovo piuttosto a mio agio nella varia misura del racconto, si concilia con le mie disponibilità di tempo e i miei ritmi. Meglio ancora se con la sana pressione di una data di scadenza che deriva da un impegno preso con qualcuno.
Ma non preoccuparti: il self non lo mollo! ;)


F.: Grazie per la chiacchierata, Fabio. Ciao, a presto...

F.N.: Grazie a te! Per l'intervista, ma anche per le tue attente recensioni a "Scatole siamesi" e "Sangue Khmer". Un caro saluto a tutti i frequentatori del tuo blog.
A presto! :)


Nota bibliografica

Fabio Novel ha esordito come autore nel 2002, con la pubblicazione dello spy thriller "Scatole siamesi" (Editrice Nord), ambientato in una futuristica Thailandia. Il romanzo, già finalista al Premio Solaria 2000 e poi al Premio Italia per il fantastico nel 2002 e nel 2003, viene digitalizzato in versione riveduta e aggiornata da DelosBooks, nel 2010.
Ha pubblicato racconti per varie antologie, tra cui "Professional Gun" (Mondadori), "L'ombra della morte" (Curcio), "Capacità nascoste - La prima antologia 'diversamente' thriller" (NoReply), incentrata su protagonisti diversamente abili, e numerose iniziative dell'editore Delos ("Il magazzino dei mondi", "365 racconti erotici", "365 racconti horror", "365 storie d'Amore" e altri). Altri suoi racconti sono apparsi nelle collane Segretissimo e Giallo Mondadori, su M-La rivista del Mistero e sulla rivista Writers Magazine Italia.
Con "Il Pinocchio perduto" e "Arun" è stato tra i premiati al concorso Parole per strada, rispettivamente nel 2011 e nel 2012.
Per MilanoNera ha pubblicato in digitale il racconto "Fiori per Diana" e il western "L'uomo che uccise Texas Jones". Per l'editore Delos Digital, i thriller neri "Phuket Inferno" (DelosCrime, 2015) e "Sangue khmer" (Odissea Digital, 2016).
Ha partecipato alla stesura del "DizioNoir" (DelosBooks) e collaborato all'edizione italiana del gioco di ruolo "Spione", di Ron Edwards (NarrAttiva, 2008). Ha firmato articoli per www.fantasymagazine.it, www.fantascienza.com, www.sherlockmagazine.com, per il Segretissimo/Mondadori Blog e per Il Giallo Mondadori Blog, oltre che per le riviste cartacee Effemme e Writers Magazine Italia.
Per Mondadori, ha curato due speciali AA.VV. della collana Segretissimo, dedicati alla spy fiction italiana: "Legion" (2008) e "Noi siamo Legione" (2015).