lunedì 18 gennaio 2016

Hallo Spaceboy


L'immagine dello scheletro decapitato del Maggiore Tom che cade verso la stella nera mi ha detto che una grossa componente della colonna sonora della mia vita è arrivata in fondo al solco.

Il primo incontro avvenne nella seconda metà degli anni '70: "Rebel Rebel", già vecchia di un paio d'anni, continuava a girare sul jukebox di un bar a Cortenova, in Valsassina, insieme a "Jealous Guy" nella versione dei Roxy Music e a "Band On The Run" di Paul McCartney & Wings. Qualche brano di David Bowie era già passato tra le mie orecchie ma non tanto assiduamente come questo. Tra l'altro, da quelle parti veniva in vacanza un'amica di Como che era decisamente una fan del Duca Bianco e grazie a lei riuscii ad ascoltare qualche altro suo pezzo con più attenzione (in particolare "Changes"). Ricordo anche che era forse appena uscito "Station to Station" e che non mi colpì poi molto.
Fu forse solo un paio di anni dopo che riuscii a mettere le mani su "Hunky Dory" e "Ziggy Stardust" (rigorosamente registrati su una cassetta TDK C90, uno per lato) e, con quelli, scoppiò la folgorazione.
Quella cassetta ha subito un'usura pari al vinile di "The Dark Side of the Moon" dei Pink Floyd: quando arrivò poi il tempo dei CD furono tra i primi album che comprai (naturalmente, col tempo, comprai tutti gli album sia di Bowie che dei Pink Floyd). 

David Bowie era una figura controversa, anche tra noi giovani rockers di seconda generazione, in ritardo di qualche anno sugli anni d'oro che vanno dal '66 al '75: "Bowie segue le mode!", "Diomio che roba brutta e com-mer-cia-le!", "Bowie non fa prog!" e così via di stronzate varie.
Peccato che queste stesse considerazioni non venissero solo da noi, generazione di sfigati con delay, ma anche da noti critici musicali (Scaruffi su tutti).
Ma io ero ormai preso a seguire il percorso del Duca: trovavo mostruosamente affascinante la sua capacità di trasformarsi di continuo (ch-ch-ch-ch-changes!), sia nell'aspetto che nella musica. David Bowie poteva proprinarmi qualsiasi merda e io riuscivo a trovarci qualcosa di buono. Forse lo avevo già classificato come qualcosa di più di un semplice cantante, senza considerare che fu anche attore e, cazzo, i film che ha fatto erano, guarda caso, film che mi piacevano (da "Miriam si sveglia a mezzanotte" a "L'uomo che cadde sulla Terra" e "Labyrinth", da "Absolute Beginners" a "Furyo" e "L'ultima tentazione di Cristo", passando per "Tutto in una notte").

Ho in mente quello che diceva in "The Bewlay Brothers": "He could be dead, he could be not, he could be you. He's chameleon, comedian, Corinthian and caricature".
E, forse, tutta la sua essenza sta proprio qui: una vita da interprete totale di una rappresentazione che riesce a portare, con "Blackstar", fino all'estremo compimento e con sardonico compiacimento. Forse è stata una continua ricerca di sè stesso, o forse una continua presa per il culo, o forse una vita vissuta immerso nell'arte e per l'arte (da non dimenticare che ha rimesso letteralmente in piedi personaggi come Lou Reed e Iggy Pop).

Yeah bye bye love
Bye bye love
Good time love
Be sweet sweet dove
Bye bye spaceboy
Bye bye love.

Moondust will cover you...