domenica 20 dicembre 2015

Il risvoltino della Forza

 Ho aggiunto la spada laser qui (pagina fb di Star Wars).
Ebbene sì, dirò anch'io la mia sul ritorno nelle sale della saga più attesa (per la quale è stato creato un incredibile hype) del cinema fantastico.
Se non avete ancora visto "Star Wars - Il risveglio della Forza" potrebbe essere opportuno che non proseguiate a leggere e che torniate dopo avere visto il film.

Ero in sala, sedici anni compiuti da poco, quando uscì in Italia "Guerre Stellari" (che, all'origine, non aveva il sottotitolo "Una nuova speranza"). Lo guardai e dissi "Oh!": il film era bello e dava un'immagine nuova a tutto quello che fino a quel momento era etichettato come fantascienza ("2001" a parte perché "2001" sta sempre sopra tutto) ma, purtroppo, ero già un accanito lettore di fantascienza e presto mi ritrovai impegolato nell'inutile dibattito se SW fosse fantascienza o fantasy.
Una discussione da cui non si esce ancora ora (science fantasy?) e che i successivi due film non aiutarono a portare a conclusione.
Alla fine del terzo (e decisamente brutto) film due cose erano certe: la storia era una fiaba (dichiarata: "Tanto tempo fa in una galassia lontana lontana...") e la fantascienza, da allora, dovette fare i conti con la definizione stessa di "fantascienza" che andò a designare quasi qualsiasi cosa "di fantasia". Questa confusione di genere la si troverà spesso negli scaffali delle librerie fino ad arrivare ad un oggi ancora più confuso dove trovi quasi solo P.K. Dick (sempre sia lodato, una volta ci trovavi solo Asimov che a me stava piuttosto stretto) negli scaffali di fantascienza, lo young adult nell'horror e le due o tre solite saghe nel fantasy.
Tutto questo non toglie comunque meriti alla saga, piacevole in sé: non posso considerarmi un fan ma, insieme ai colleghi, avevo fatto la raccolta di figurine plastificate nel tempo in cui la prima trilogia veniva "corretta" da Lucas e riproposta in nuova veste. È solo che per me la Forza è sempre stata un concetto troppo esoterico per la sf che, negli anni successivi all'uscita di SW, ci diede almeno qualche vero capolavoro di vera sf tipo "Alien" e "Blade Runner", facendo tirare un sospiro di sollievo a noi, duri e puri. 

I capitoli successivi (i prequel) evitai di vederli al cinema: non ero proprio interessato e, visti successivamente in DVD, ho solo potuto darmi ragione. I primi tre epiosdi faticano a mantenere il sapore della trilogia originale: la storia, da fiaba epica, si riduce a racconto di formazione. Mi interessava sapere come Anakin fosse diventato Darth Vader? Magari anche, ma non diluendo tutto su tre film (l'ultimo tenta, necessariamente, di recuperare un anelito epico solo perchè, nella timeline interna, viene seguito a ruota dal Guerre Stellari originario). 

E arriviamo così al 2015 e possiamo gustarci il primo capitolo della terza trilogia. Le aspettative sono alte e, come dicevo, l'hype è alle stelle. La Disney, che ora possiede i diritti dell'ecosistema SW, è interessata soprattutto a sfruttare tutto il potenziale di vendita e, ancor prima che esca il film, tutto il mondo è "star wars". È naturale che il successo in termini strettamente cinematografici sia alla portata. 
È sbagliato tutto questo? Non penso, così va il mondo e, se sei bravo nel tuo mestiere, riesci a dare al tuo cliente il prodotto giusto per tenerlo legato a te. 
Ma il prodotto, dal mio punto di vista, risulta non essere proprio all'altezza delle mie aspettative, nemmeno esagerate, per altro: qualcosa di nuovo e che recuperasse una visione più universale del "sistema SW". 
Detto brutalmente, J.J. Abrams ci rifila una storia che ricalca a grandi linee la stessa storia del film originale (quindi riesce almeno a riguadagnarne lo spirito epico) ma, cazzo, un conto è seminare qualche doveroso omaggio alla trilogia originale, un altro è riciclare tutto il riciclabile e pensare di riproporlo con una veste nuova. La Forza, più che un risveglio si è trovata addosso un risvoltino alla moda.
Questa l'impressione a caldo.
In ogni caso, prescindendo da quelle che sono le paranoie personali, il film funziona bene (anche se, stavolta, non ho detto "Oh!"): il recupero dei personaggi originali invecchiati non può non colpire la sensibilità dei vecchi rompicoglioni come me. Harrison Ford splende nel cast (praticamente tiene in piedi tutto quanto), la protagonista Daisy Ridley appare abbastanza convincente e le scenografie sono spettacolari, anche a dispetto di esagerazioni improbabili.
Alla fine di un post dal sapore schizofrenico mi ritrovo comunque a consigliare la visione del film. Così potremo aspettare insieme il seguito, previsto per il 2017, che sicuramente non mi perderò perché la Forza delle nostalgie adolescenziali, che si è risvegliata, rimane più forte di qualsiasi altra sega mentale che mi possa fare.

lunedì 14 dicembre 2015

L'ultima apocalisse di Girola

La copertina di Luca Morandi
La "Grexit Apocalypse" è l'ultima di una lunga serie di apocalissi (pandemie gialle del Survival Blog, giganti che emergono dalla terra in "Nimrod", zombificazione dell'Italia e varie altre) messe in campo da Alessandro Girola e parte dalla crisi del debito greco coinvolgendo anche personaggi reali (Tsipras, Merkel, Renzi, Boschi), sviluppando l'idea di uno scontro tra Grecia ed Europa dalle connotazioni fantastiche e utilizzando un classico schema da "mondi paralleli" che vengono in contatto, quei mondi tipici di Girola che stanno dietro un diaframma invisibile e fragile, rielaborando miti ancestrali e offrendo al lettore parecchie citazioni (e autocitazioni), in evidente omaggio alla letteratura fantastica.

E' difficile aggiungere qualcosa alla preziosa introduzione di Lucia Patrizi a parte le impressioni di lettura: già entro la prima manciata di pagine ti ritrovi un paio di mostri giganti in piena azione che spazzano Rimini, un po' come il godzillone che ti spazzava la città nei primi Sim City (e tu non potevi fare altro che sperare che scomparisse al più presto), solo inquadrati da una trentina di metri di distanza il che fa molto più effetto.
E, più avanti, le battaglie tra kaiju che rimandano alla memoria lo scontro tra mostri promordiali nel "Viaggio al centro della Terra"; e io, in più, ci sento come colonna sonora "The Battle" di Rick Wakeman.

Five days out on an infinite sea, they prayed for calm on an ocean free,
But the surface of the water was indicating some disturbance.

The raft was hurled by an unseen source, two hundred feet, with a
frightening force and a dark mass rising showed to be a giant porpoise

Rising out of the angry sea, towered the creatures' enemy,
And so the two sea monsters closed for battle

Crocodile teeth, lizard's head, bloodshot eye, stained ocean red
Moving close to their raft's side, the two men prayed as one and cried
"Save me, save me, save me, save me"

The serpents' fight went on for hours, two monsters soaring up like towers
And driving down to the depths in a single motion

Suddenly, the serpent's head, shot out of the water bathed in red
And the serpentine form lay lifeless on the ocean

Crocodile teeth, lizard's head, bloodshot eye stained ocean red
Battle won, a victor's pride, the three men thanked the Lord and cried
"Praise God, praise God, praise God, praise God."

Scusate la digressione prog.

Il fantastico orrorifico dei mostri giganti viene immerso in uno scenario fantapolitico plausibile dove le varie potenze in campo cercano un assetto vincente in un contesto nuovo: troviamo i caratteristici giochi di potere tra donne e uomini "di potere" che sembrano sfociare in una classica corsa agli armamenti e poco importa che le nuove armi non siano nucleari ma siano, invece, idre, kraken, leviatani o manticore perchè sono sempre gli esseri umani a pretendere di avere il primato. 
Gli uomini usano i kaiju per arrivare a una sorta di soluzione della crisi greca ma la rivelazione al mondo dei "mostri triassici" e i dubbi sulla loro effettiva origine aprono possibili scenari dei quali la Grexit Apocapypse potrebbe essere solo un primo assaggio: "Non possiamo essere peggiori dei mostri che abbiamo affrontato" [...] "No? Speriamo. Ma, come diceva Rocky Balboa, se noi possiamo cambiare, allora tutto il mondo può cambiare. Forse...".

Un'ultima nota è relativa all'aspetto politico del romanzo: Maria Elena Boschi, che proprio in questi giorni si trova invischiata in una vicenda torbida di banche e affari, è tra i protagonisti principali, classicamente stilizzata come l'eroina brava, intelligente e bella ("Essere donna, bionda e italiana non fa di me un'oca"), l'eccentrico Orfeo Giannino della Loggia Colonna d'Arcadia rimanda alla sua controparte reale Oscar Giannino, la Merkel fa la crucca decisionista, Renzi fa sè stesso, Tsipras fa un po' l'ingenuo coglionazzo.
Io e Girola abbiamo sicuramente simpatie distanti e antipatie contigue in ambito politico: sarebbe, in ogni caso, un errore leggere "Grexit Apocapypse" come se fosse un trattato di geopolitica: si tratta "solo" di un buon romanzo che elargisce azione e meraviglia in un contesto riconoscibile quale il  nostro mondo quotidiano. Se non vi basta così, allora avete dei seri problemi.

venerdì 4 dicembre 2015

Indie nostrano: qualche nome nuovo

Un po' di nomi nuovi a questa girata. Nuovi per me, si intende, anche se per qualcuno si tratta dell'opera di esordio.
Rimangono comunque invariati sia l'ambito da cui sto pescando, le autoproduzioni nostrane, che i generi, fantascienza e horror.
Tra le varie storie, presentate in rigoroso ordine di lettura, anche un saggio sulla figura del Wendigo (quindi, anche in questo caso, il genere rimane quello che frequento solitamente).

Aggiungo solo che, come per tutti i lavori relativi alle autoproduzioni citati anche in post precedenti, la fonte per l'acquisto (perché in questi casi l'acquisto è moralmente d'obbligo) è lo store di Amazon (potete provare a cercare anche in altri store ma, in molti casi, si tratta di esclusive). In caso diverso, nel commento trovate i link per arrivare alla fonte.


Marina Belli: "A Song to Say Goodbye"
Brevissimo racconto di profonda introspezione dove la matrice superumana dell'universo di "2 minuti a mezzanotte" si fonde con la suggestione del "Dia de los muertos" al ritmo di una colonna sonora che parte lenta ("chitarre pulite, accenni di sintetizzatore che aggiungono profondità al fluire ipnotico delle note, una batteria che sembra quasi sussurrare, più che pulsare") e va in crescendo fino a diventare techno.
La piccola sposa scheletro prende per mano il lettore e lo accompagna attraverso la città e la memoria e lo lascia, alla fine, a immaginare cosa sarà di lei in futuro. Un personaggio che varrebbe la pena incontrare di nuovo, insomma.

Frank Detari: "Divoratori nel cosmo"
C'è una caustica ironia di fondo a questo breve racconto di fantascienza, quasi una raccolta di situazioni classiche del genere: colonizzazione e frammentazione della Confederazione umana in sottostrutture politiche che ricalcano in modo grottesco certi modelli (passati e attuali), scienziati imboscati di second'ordine, ex-militari accantonati e fanatici militarizzati, spedizioni di soccorso e alieni. Non c'è praticamente modo di simpatizzare con nessuno dei personaggi in cui ci si imbatte ma si assiste "da fuori" ad una vicenda che scorre inevitabile verso il suo sarcastico epilogo.

Cristian Leonardi: "Il Dio delle Anime Urlanti"
Risolvere una relazione in crisi in una baita di montagna potrebbe non essere una buona soluzione.
Nei boschi della Valtellina si rischia di incrociare la strada con il Dio delle anime urlanti (questo uno dei tanti nomi) e nei suoi accoliti: energumeni con la faccia tatuata, esseri deformi, ragazzine mordaci.
E proprio questo capita alla quasi classica coppia in crisi: fare la loro conoscenza nel solito peggior modo possibile.
E così scorrono sangue e violenza nel bosco illuminato dal bagliore rosso del Dio.
E poi c'è quella voce che continua a parlare da dentro.
Risolvere una relazione in crisi in una baita di montagna potrebbe essere una buona soluzione.

Ivano Satos: "Wendigo. Tra antropologia, psichiatria e narrativa popolare"
Interessante saggio sulla figura del Wendigo, radicata nella cultura algonchina, e sulla sua rivisitazione in chiave narrativa o cinematografica.
Si parte dal racconto di Algernon Blackwood, "The Wendigo", dove la figura risulta contigua al mito del selvaggio (e al ritorno alla natura) e attraverso un analisi dei saggi di Emanuela Monaco si arriva a definirne meglio i tratti più violenti e ancestrali (antropofagia e possessione).
A seguire una carrellata di libri, film, serie TV e fumetti nei quali la figura del Wendigo assume connotazioni spesso meno strettamente legate al folklore e maggiormente ad alcuni tratti particolari.
In ogni caso possessione, antropofagia, trasfigurazione (simil-licantropia) sono tutte sfumature del Wendigo originario e componenti delle paure ataviche dell'uomo.
Il saggio è disponibile in formato digitale (epub, mobi, pdf) sul blog dell'autore, "Kentucky Mon Amour", a questa pagina.
E, già che ci siete, date un'occhiata anche all'altro blog di Ivano, Beati Lotofagi, arte e cultura viste da prospettive particolari.

Kara Lafayette: "Cosa fare in città mentre aspetti di morire"
E' un Alto Adige che nasconde profonde inquietudini quello dell'autrice. E si tratta di inquietudini dietro le quali si celano orrori che si rincorrono attraverso queste sette storie affilate come lame. I lievi legami che ricorrono tra i diversi racconti sembrano narrare essi stessi una storia. Da farsi raccontare, rigorosamente, mentre aspetti di morire. Un esordio notevole: horror puro.

Lorenzo Crescentini: "Enana"
La meraviglia di un pianeta simile alla Terra il cui mistero è quello di non avere tracce di vita e di una pietra che emerge dal terreno con una "superficie troppo liscia e la curva [...] troppo perfetta per essersi formata in modo naturale". Tra le tracce (e gli indizi) lasciate del primo esploratore e la spedizione scientifica su Enana, la storia si dipana attraverso un percorso che, dalla sf di contatto, va a sfiorare elementi quasi paranormali e si risolve con il ritorno ad una classica situazione della fantascienza. Una lettura affascinante come un tramonto che riesce ad "essere allo stesso tempo incredibilmente alieno e incredibilmente familiare". 

Daniele Pollero: "Vangelia"
Una ragazza trovata in cattive condizioni sulla strada, soccorsa e portata a casa, si rivela essere l'incontro con il destino. Tra i pensieri intrisi di rimpianto di Michael e la crudele storia di repressione di Vangelia, che ha la capacità di vedere oltre, in pochissime pagine l'autore riesce a trasmettere un formidabile senso di angoscia e impotenza perché "il destino è un grande gioco, un gioco meraviglioso, con un solo difetto: nessuno può infrangere o cambiare le sue regole".

Davide Cassia: "Vargo Marian: il cinico e l'acqua santa"
Non è facile essere un investigatore privato di stampo marlowiano e trovarsi invischiati in un patto col diavolo. Capita al cinico (come giustamente deve esserlo un investigatore di quel tipo) Vargo Marian e non ci sono libere citazioni di Constantine che tengano ("Io ora non ho fede, io non credo, io ora so la verità, punto e basta. È questa la differenza tra me e un credente"): il nostro dovrà necessariamente arrivare allo scioglimento del mistero se ci tiene alla pelle. Un divertente noir dell'occulto.

Massimo Mazzoni: "Jugglers of the Dead"
Che la musica di Gigi D'Alessio sparata a tutto volume attiri i morti è la cosa meno sorprendente ("Solo a quelli può piacere...") ma il resto del racconto è un vero gioiello. E il terzetto vestito da "clown-sommozzatori" ("Giocolieri. Siamo giocolieri e se non sapete giocolare con qualcosa di letale, fareste meglio a tornare da dove siete venuto") allestice un vero spettacolo di azione, destrezza e morte (definitiva). Ambientata nella profonda provincia italiana, questa rapida (ed agile) zombie novel riesce ad uscire dai classici schemi e a ritagliarsi uno spazio vivo nel genere, Un possibile modo di porsi quando tutto il mondo sembra avviato verso una fine ineluttabile: "Le cose si alzano volando, poi gradualmente si fermano, prima di ricominciare a cadere. Sta a noi riprenderle al volo e lanciarle ancora".

Shanmei: "I racconti di Shanmei vol. 1"
Se vi aspettate che la realtà sia lì per coccolarvi con la sua placida e noiosa normalità non dovete leggere questi racconti. Se, al contrario, riuscite a sorridere di giganteschi Mastro Lindi che sorgano come mostruose divinità notturne per intervenire a favore di un accattone da cinque euro; o a simpatizzare per una nullità che lascia che gli eventi gli si attorciglino attorno e riesce, alla fine, a brindare; o a scoprire che non ci sono lampade magiche o vittorie che tengano di fronte a scelte sbagliate; o che le vecchie zie vanno guardate con sospetto anche quando ti definiscono "la rosa più bella"; o che il vecchio west è appassito come un sogno dimenticato; insomma se vi lasciate uno spazio per accettare che la realtà possa essere meno banale e bonaria e più ineluttabile e caotica, ecco, questi racconti possono fare per voi.

Gianluca Santini: "L'organismo"
Una classica distopia dove la vita di ognuno viene burocraticamente indirizzata dall'Ufficio Discernimento ("Scegliamo per tutti. Abbiamo una visione d'insieme. Scegliamo per lei, per me, per noi stessi. Per la città e il suo benessere"). Non fa eccezione il giovane Tommaso che, appena approdato alla maggiore età, scopre di essere solo una rotella del grande ingranaggio e, pieno di ideali di ribellione, si imbarca con altri come lui nell'impresa di vivere una vita fuori dall'ombra della Torre dell'Orologio (splendidamente resa in copertina da Giordano Efrodini). Il lettore lo accompagna con crescente angoscia in tutte le sue progressive prese di coscienza fino a quando il desiderio di Tommaso ("Solo scegliere") si realizzerà in un modo che non aveva previsto.


Buone letture a voi.


venerdì 27 novembre 2015

"I'm not Synthetica"

Hey, I'm not Synthetica, oh
I'll keep the life that I've got, oh
So hard, hard to resist Synthetica, oh
No drug is stronger than me, Synthetica

We're all the time confined to fit the mold
But I won't ever let them make a loser of my soul

("Synthetica", Metric 2012)

Fotogramma del video "Synthetica"

C'è questa Emily, Emily Haines, figlia del poeta canadese Paul Haines (il quale ha, tra l'altro, collaborato con Carla Bley in "Tropic Appetites" ed "Escalator over the Hill") che mi ha sempre tirato matto.

Il primo incontro con Emily (e, per inciso, con Feist) è avvenuto facendo la conoscenza dei Broken Social Scene, uno dei più importanti collettivi della scena indie rock canadese. 
Qui è la voce di "Anthems For A Seventeen Year Old Girl" nell'album "You Forgot It in People" (2002) e suona abbastanza sciroccata per colpire la mia attenzione.
Nella compilation di B-sides "Beehives" (2004) la sua voce compare solo nel lungo brano "Backyards";  in "Broken Social Scene" (2005) vocalizza in "Swimmers" mentre compare su "Forgiveness Rock Record" (2010) insieme a Feist e Amy Millan nella traccia "Sentimental X's" (qui dal vivo con Feist al Toronto Island Musical Festival 2010).

Il suo doveroso spazio se lo prende, però, con i Metric: James Shaw alla chitarra, Joules Scott-Key alla batteria, Joshua Winstead al basso ed Emily alle tastiere (e voce, naturalmente).
Per farla breve, i Metric nascono indie e duri e via via diventano sempre più un gruppo da stadio: il suono sporco diventa sempre più stratificato, elettronico e pop ma la qualità rimane sempre alta (e la voce di Emily rimane sempre la voce di Emily).
Tanto per dare un'idea, ecco la discografia con un brano tratto da ogni album.

La fase alternative:

"Grow Up and Blow Away" (2001, ma uscito nel 2007)
  |> "Grow Up and Blow Away"

"Old World Underground, Where Are You Now?" (2003)
  |> "Combat Baby"

"Live It Out" (2005)
  |> "Monster Hospital"

Qui la svolta pop dei Metric:

"Fantasies" (2009)
  |> "Help I'm Alive" (a short film by Deco Dawson, 2009)

"Synthetica" (2012)
  |> "Artificial Nocturne"

"Pagans In Vegas" (2015)
  |> "Cascades"

Qualche pezzo dei Metric è comparso anche in film, come ad esempio "Eclipse: The Twilght Saga" (2010) di David Slate"Cosmopolis" (2012) di David Cronenberg.

"The Twilight Saga: Eclipse" (2010)
  |> "Eclipse (All Yours)"

"Cosmopolis" (2012, con Howard Shore)
  |> "Long to Live"


A suo nome sono usciti pochi album, uno nel 1996, "Cut in Half and Also Double", un'autoproduzione in 2000 copie (mi manca, cazzo!) e un altro paio (un album e un EP di coda all'album) nel 2006/2007, proprio in quell'intervallo di tempo che separa i "vecchi" dai "nuovi" Metric.
In entrambi questi album, a nome Emily Haines and the Soft Skeleton, la Haines sembra voler scarnificare il suono dei Metric, andando a percorrere territori che stanno tra il dream-pop e la vena cantautorale, dimostrando il proprio ecletticismo.
Una piccola nota aggiuntiva: le copertine ricalcano lo stile di quella di "Escalator over the Hill" di Carla Bley, in evidente omaggio alla collaborazione del padre a quel lavoro.

"Cut in Half and Also Double" (1996)
  |> "Freak"

"Knives Don't Have Your Back" (2006)
  |> "Doctor Blind"

"What Is Free to a Good Home?" (2007)
  |> "Rowboat"


L'ultima volta che la voce di Emily mi ha colto di sorpresa è stato, non molto tempo fa, con la cover di "Expecting to Fly" dei Buffalo Springflield tratta dalle "iTunes Sessions" dei Metric del 2011 (che mi era bellamente sfuggita).

Qui il video diretto da Christopher Mills e qui un video con il pezzo originale (canta Neil Young).

There you stood
on the edge of your feather,
Expecting to fly.
While I laughed,
I wondered whether
I could wave goodbye,
Knowin' that you'd gone.

By the summer it was healing,
We had said goodbye.
All the years
we'd spent with feeling
Ended with a cry,
Babe, ended with a cry,
Babe, ended with a cry.

I tried so hard to stand
As I stumbled
and fell to the ground.
So hard to laugh as I fumbled
And reached for the love I found,
Knowin' it was gone.

If I never lived without you,
Now you know I'd die.
If I never said I loved you,
Now you know I'd try,
Babe, now you know I'd try.
Babe, now you know I'd try,
Babe.

Di questa canzone mi innamorai all'istante la prima volta che la sentii (a long time ago in a galaxy far, far away): la Haines (con i Metric, naturalmente) è riuscita a farmela tornare alla memoria e a proporla rinnovata mantenendone l'atmosfera e forse perfino migliorandola sul versante delll'espressività.

Ah, Emily...

venerdì 20 novembre 2015

Writer from Hell

(foto di Fabio R. Crespi)
Le frequentazioni in rete di un gruppo su facebook bazzicato da autori indie nostrani mi ha portato a letture più che interessanti.
La colpa della mia frequentazione (poco invasiva, in realtà) di questo gruppo è da attribuirsi totalmente a Lucius Etruscus, che avevo invervistato a marzo di quest'anno ("Non quel Marlowe"): dalle discussioni sul gruppo (e dall'acquisto quasi casuale di "Brianzilvania" di Alessandro Girola) sono arrivato a leggere autori come Marco Siena, Lucia Patrizi, Davide Mana, Mala Spina, Daniele Ramella, Marina Belli, Ivano Satos, Kara Lafayette e Germano M. (aka Germano Hell Greco).

La prima fulminazione con i racconti di Germano è avvenuta con Barbara Brambilla, protagonista della serie BitchBlade ambientata in un mondo di derivazione 2MM ("Due minuti a mezzanotte", altro universo frequentato da più autori) e denominato Darkest e più precisamente in una orrorifica Milano illuminata da una malata alba perenne. Due i racconti: il primo ("BitchBlade"), oniricamente e psichedelicamente horror, sfocia in una seconda parte ("Il regno delle piume") dalle connotazioni urban fantasy dark(est). Si attende pazientemente il terzo.

Il secondo approccio, invece, è stato meno felice: la sua zombie novel "Offshore" (appartenente al mondo pandemico condiviso del "Survival Blog") mi aveva lasciato perplesso. Probabilmente non ero molto addentro all'ambientazione (che ho poi approfondito leggendo altri racconti di altri autori) e solo dopo avere letto diversi lavori di Germano ho comprato anche il suo "Girlfriend from Hell" (sì, ecco da dove arriva il titolo del post, anche se non l'ho ancora letto) sempre collocato nel mondo della Pandemia Gialla.

La conferma definitiva al fatto che Germano sia un autore da leggere sempre è arrivata con due racconti, uno ambientato in Alto Adige ("Le bambole del Latemar") e l'altro in Puglia ("Gli ulivi non piangono al plenilunio"). Si tratta di due storie horror inquadrabili nel filone del cosiddetto "gotico rurale" (un omaggio dovuto ad Eraldo Baldini). In entrambe le storie elementi del folklore si trasformano lentamente in vero e proprio orrore.

Devo ancora completare la mia conoscenza di Darkest ("Lollipop Double Mixed Flavour" e "Jack & Jill") e scoprire il suo fantascientifico scenario di "Perfection", un mondo connotato dall'assenza di donne, che avrà a breve un seguito alla prima storia.

F: Ciao, Germano. Intanto ti ringrazio per il tempo che ti sto rubando e che, invece, potresti proficuamente impegnare per proseguire la storia di Barbara Brambilla. Cosa ho dimenticato nella mia introduzione?

GHG: Boh, sono un po' confuso anche io… No, scherzi a parte, direi soltanto la questione editing, che è la mia professione. Come si suol dire, editor di giorno, scrittore di notte. Più o meno, poi ho anche una fidanzata e un gatto che pretendono giustamente attenzioni...
Leggendo l'introduzione, però, mi viene spontaneo chiedermi cosa ne pensi tu, esattamente, di "Offshore", e magari anche "Girlfriend from Hell". Sono entrambi lavori vecchi, direi quasi esordi, però ogni tanto si fanno riscoprire. Ma l'intervista la conduci tu, quindi continua pure. ^^

F: Mi fa piacere risponderti subilto. Diciamo che non ero preparato a una storia così cruda che colpisce allo stomaco senza pietà. O che, magari, l'ho letta nel momento sbagliato (mi capita anche con la musica di ascoltare qualcosa che al momento non mi prende e poi riascoltarlo una seconda volta, dopo parecchio tempo, e rimanerne entusiasta - mi è capitato con gli Yeah Yeah Yeahs, ad esempio-). Altre storie del "Survival Blog" di altri autori (evito di fare nomi), però, non mi sono rimaste così impresse come la tua. Se ne può concludere sia che io sono instabile e umorale (lo ammetto) sia che il racconto è, in sé, decisamente efficace. Ho in programma la lettura di "Girlfriends from Hell" e ci aggiungerò la rilettura di "Offshore". E ti farò sapere di sicuro quali saranno le mie impressioni.
Oltre al "Survival Blog", ti muovi in diversi scenari condivisi: "2MM/Darkest", ad esempio, ma anche, recentemente, un round-robin lovecraftiano, "HPL 300", sulle pagine del blog "Plutonia Experiment" di Alessandro Girola. Molti degli autori che condividono gli scenari citati hanno scelto, come te, l'autoproduzione: è una scelta a senso unico o si lascia aperta la porta anche ad eventuali accasamenti presso editori "classici"?

GHG: Diciamo che mi muovevo. Il "Survival Blog" è stato in grado di rendermi scrittore, nel senso che, prima, non avevo mai concluso granché. Ora collaboro sempre con alcuni degli stessi protagonisti di quegli scenari condivisi, ma in altre forme.
La scelta dell'autopubblicazione è stata, più che altro, un cogliere l'opportunità che il progresso mi ha messo a disposizione. Mai pensato di arricchirmi, d'altronde non l'ho mai pensato nemmeno riguardo all'editoria tradizionale (con la quale, da "scrittore vero", si guadagna anche meno, dati i contratti che girano), ma più che altro di scrivere e basta, saltando la cosiddetta "filiera italica" (che considero alla stregua di un moloch che ritarda ogni cosa, ogni campo, che ci ritarda come nazione). Tutto ciò che mi premeva era che i miei ebook fossero, sotto ogni punto di vista, professionali. Assicurato questo aspetto, l'autopubblicazione è divenuta mezzo espressivo naturale.
Ma è bene chiarire, non ce l'ho con gli editori in sé, infatti esistono realtà editoriali effervescenti e ambiziose. Ce l'ho coi cialtroni. E quelli abbondano, in ogni campo della società umana, editoria inclusa.

F: E, in effetti, i tuoi prodotti sono a tutti gli effetti professionali perché ciò che mi ha colpito in modo particolare è proprio l'estrema cura con cui vengono prodotti i libri digitali tuoi e di altri (eviterei di ripetere i soliti nomi): dall'editing all'impaginazione fino alla copertina (per non parlare dei contenuti) la qualità spesso è pari se non addirittura superiore a quella media delle case editrici (le quali, a parte rare eccezioni, continuano a considerare, a torto, il digitale come il parente povero del cartaceo). Immagino che i costi siano, di conseguenza, piuttosto alti: vale la pena di rimanere comunque indipendenti?

GHG: Grazie molte. Devo confessare che essersi cimentati in questo campo insieme a miei pari e colleghi (alcuni di quelli che hai citato tu all'inizio) ha fatto sì che creassimo una sorta di factory editoriale (che poi è diventata la Moon Base Factory), un gruppo in cui ciascuno mette a disposizione i propri talenti, scambiandoli con altri talenti. È un privilegio, ne sono cosciente, e lo tengo stretto. Come si fa a entrare in un circolo come questo? Difficile, non lo nascondo, quasi impossibile. Per tutti gli altri che sognano la produzione di un ebook professionale io consiglio di cercare persone di cui vi fidate, e che siano in gamba, e soprattutto che non vi chiedano favori in cambio. Gli amici non sono quelli del do ut des (difficile crederlo, ma è così), ma coloro che ti aiutano perché sanno che il tuo sogno è anche il loro.
E, se non riuscite a trovarli non disperate, esistono strumenti gratuiti messi a disposizione in rete, a cominciare da software efficaci per creare copertine, e via via tutto il resto. Basta cercare, informarsi, e alla fine, con una spesa minima (parliamo di meno di 50 euro, anche meno di 30) si può creare un ebook assolutamente competitivo.
L'unico, vero problema è cercare un editor. Quello è qualcosa che un software non può sostituire. Ma, forse, cercando abbastanza, riuscirete a trovare un'altro A-Team...
Per il resto, l'indipendenza è da sé il valore fondamentale e insostituibile. Con essa si può scrivere in barba alle stolide logiche di mercato, che hanno smerdato (perdona il termine, ma è il più pregno) la narrativa italiana. Si può tornare alle origini, a misurarsi col pubblico senza intermediari, sedicenti "esperti di settore" che ne sanno meno di te.

F: Il fatto di distribuire i propri lavori esclusivamente su Amazon (e quindi in un formato proprietario che, tra parentesi, non è quello che utilizzo io) non è una notevole limitazione alla diffusione dei propri lavori? 

GHG: Sì, lo è, ma a dispetto degli ormai dieci ebook pubblicati, ti rivelo che sono ancora in fase di sperimentazione. Sto ancora guardandomi intorno e studiando il mercato, per capirci. Di sicuro evolverò ancora.

F: Io non amo particolarmente book trailer e blog tour ma, ho notato, che sono spesso utilizzati come strumenti di "lancio". Quali modi utilizzi per fare pubblicità ai tuoi lavori? Un autore di libri digitali partecipa, ad esempio, a iniziative di presentazione "live" delle proprie opere?
 
GHG: Confesso di non ritenermi molto in gamba, per quanto riguarda la promozione dei miei lavori. Alex [Girola, n.d.r.], con Quantum Marketing, lo è di gran lunga più di me. Di solito utilizzo il mio blog e le pagine facebook dedicate. Facebook soprattutto è, oggi, strumento imprescindibile.
Poi, che quest'ultima sia una cosa positiva è tutto da vedere.

F. Tornando ai tuoi lavori e in particolare a "Perfection", come nasce questo mondo e come si lega alla Perfection di "Tremors"?

GHG: Non si lega, "Perfection" condivide con "Tremors" solo il nome della città e, in parte, il deserto che la circonda. Io adoro quel film, ma l'omaggio si ferma lì. La mia Perfection appartiene ad altre passioni, robotica e intelligenza artificiale in primis. Nasce dall'idea che il futuro ci porterà a interagire in maniera sempre più spontanea e naturale con le macchine, in barba a coloro che, oggi, storcono il naso all'idea di innamorarsi di una macchina. L'idea alla base è: se una macchina è talmente verosimile da sembrare vera, allora è vera. Perché noi non siamo in grado, a tutt'oggi, di definire cosa sia la nostra autocoscienza. Ragion per cui, un'imitazione di essa risulterebbe in una "vera" autocoscienza.
Ah, e poi in "Perfection", nella mia, c'è tutto il mio amore per la cultura pop americana, per il cinema e la narrativa e per le distopie inquinatissime e cyberpunk (sì, perché il mondo di Perfection non si ferma al deserto americano, ci sono scenari europei e italianissimi di cui non ho ancora avuto modo di scrivere).

F: Io sono rimasto particolarmente impessionato dalle due storie gotico rurali. Hai già idea di muoverti ancora in questi scenari? 

GHG: Assolutamente, piacciono anche a me, e l'idea di scrivere ancora di orrori italiani mi stimola molto.

F: Altri progetti? Non vorrei sembrare insistente ma... Barbara Brambilla?

GHG: Barbara è in pausa, ma solo per mancanza di tempo, il terzo episodio c'è, nella mia testa, ma altri progetti domandano la precedenza. Per cui, sorry. Ma devo ammettere che mi fa piacere questa tua insistenza. ^^

F: Curi anche un blog personale, "Book and Negative". Da dove deriva il nome e di cosa ti occupi? 

GHG: Deriva da "Il Libro e il Negativo", che doveva essere il nome italiano del blog. Poi mio cugino, con cui condivido la gestione della piattaforma, mi suggerì che potesse risultare "poco cazzuto", così lo inglesizzai. Ed è rimasto tale.
Di cosa tratta? È un luogo in continua evoluzione, ora parlo di narrativa, attraverso due o tre linguaggi diversi: cinema/TV, scrittura e arte. Magari tra un anno cambierà ancora.
Una cosa, però, è immutata, la sua assoluta indipendenza, che si traduce nella assoluta negazione di qualunque favoritismo verso altri siti (a cominciare dagli scambi di link concordati a tavolino). Non so che farmene, di questi mezzucci.
Va da sé che Book and Negative rispecchia la personalità del sottoscritto, un po' ruvida, ma onesta.

F. Ti ringrazio ancora per la tua disponibilità, Germano. Ciao, a (ri)leggerti presto... 

GHG: Grazie a te per questa opportunità, mi ha fatto molto piacere. A presto!


Ah, visto che ne abbiamo parlato, il blog di Germano Hell Greco, "Book and Negative", lo trovate qui.






venerdì 13 novembre 2015

Villa Arconati: scatti sparsi

 
Nel Parco delle Groane, a Castellazzo (frazione di Bollate), è possibile visitare una delle più interessanti Ville di Delizia presenti nel territorio lombardo: Villa Arconati.

Le Ville di Delizia sono residenze di villeggiatura in cui nobili & riccastri andavano a ritirarsi per sfuggire al logorio della vita moderna (moderna per loro): generalmente si tratta di grandi ville con grandi giardini arricchiti con inserti artistici che potevano esibire agli ospiti (altrettanto nobili & riccastri).
Sta di fatto che, a parte il gusto kitch baroccheggiante in cui a volte si inciampa, queste ville rimangono una testimonianza della storia del territorio.

Villa Arconati, in particolare, fu costruita nel '500 ma solo nel '600 venne ristrutturata nella sua forma attuale dalla famiglia Arconati secondo i piani di Galeazzo Arconati. Negli ultimi anni, la Fondazione Augusto Rancilio ha provveduto egregiamente a un progressivo recupero della Villa e del giardino (recupero non completo perchè, per questi lavori, servono fondi e una visita guidata a pagamento può contribuire al proseguimento delle attività di restauro). 
Per ulteriori approfondimenti, questo è il sito della Villa: http://www.villaarconati.it/

Villa Arconati è famosa anche per il Festival che, dal 1989, ogni anno viene tenuto nei giardini (festival che ha sempre proposto musica di qualità: Patti Smith, Siouxsie, Joan As A Police Woman, Einsturzende Neubauten, Einaudi/Lippok, Camille, Lyle Lovett, Regina Spektor, tanto per fare qualche nome "a memoria"). Questo è il sito del Festival: http://www.festivalarconati.com/
 
Questa villa, insieme a Palazzo Arese Borromeo di Cesano Maderno, Villa Cusani Tittoni Traversi di Desio, Villa Visconti Borromeo Litta di Lainate e Villa Crivelli Pusterla di Limbiate fa parte del circuito delle Ville Gentilizie Lombarde. A questo indirizzo potete trovare ulteriori informazioni: http://www.villegentilizielombarde.org/ 


Da parte mia non mi rimane che propinarvi i soliti scatti sparsi (cliccare per ingrandire).


 
 




















 
 


















 













 







 














   

 

 
 











 
 
 











 
 
 











E, per finire, qualche funghetto immortalato in loco.

 
 








 
 


mercoledì 11 novembre 2015

Tramonto a Lissone: filtri sparsi

Negli ultimi giorni, in questo novembre settembrino, 
i tramonti si sono accesi di colori vivi.
Ad esempio, domenica scorsa a Lissone
(Lisùn, urcudighel!), 
il cielo si presentava così:

Lisùn No Filter

Bello, sì, ma dal vivo era ancora meglio
e poi, a me, piace metterci del mio...

Lisùn Extreme

A volte magari esagero, per cui ricomincio da capo

Lisùn Grunge

Poi mi viene in mente
che mi si accusa spesso di tetraggine, quindi...

Lisùn Glamvintage

Fine di un post così, interlocutorio, 
un po' come tutti gli album di Allevi,
dal primo all'ultimo.
Yaaaaaawn
  

Add-on (bonus track)
Lisùn Combo



giovedì 5 novembre 2015

I libri dell'Iguana


Domenica 11 ottobre sono andato a fare un giro a Stranimondi, prima (ce ne saranno altre?) edizione milanese di un festival del libro fantastico, progetto nato su Kickstarter che ha visto la partecipazione di parecchie piccole case editrici.
Il programma prevedeva la classica esposizione di libri e gadget vari e una serie di incontri con autori, presentazioni di iniziative editoriali, la convention di Delos, quella sulla letteratura weird (anche questa una novità) e il solito viavai di gente strana che si nutre di fantastico.
Normalmente non partecipo a questi eventi ma stavolta, considerata anche la vicinanza a casa, avevo voglia di incontrare qualche vecchia conoscenza che non vedevo da un pezzo. Ho, quindi, vinto la mia naturale pigrizia (e orsaggine) e sono piombato lì.
Le facce note non mancavano ma, in particolare, ho avuto il piacere di ritrovarmi, dopo una decina di anni, con Iguana Jo (al secolo, Giorgio Raffaelli), amico virtuale fin dai tempi del newsgroup it.cultura.fantascienza e successivamente amico "live" ai cenacoli milanesi di fantascienza.

Giorgio, insieme a Marco Scarabelli, nel 2014 ha deciso di fare il salto da lettore a editore e fonda, così, Zona 42 ("Editori di fantascienza e altre meraviglie") proponendo, nei tempi a cui è costretta una piccola casa editrice, un catalogo di notevole qualità (McDonald, Stross, Schroeder, Grimwood, Viscusi).

Durante la mia incursione a Stranimondi ho avuto la fortuna di capitare proprio in prossimità della presentazione di Zona 42: un incontro con i traduttori (Zona 42 mette il nome del traduttore in copertina; facendo dei nomi: Chiara Reali, Marco Piva-Dittrich, Silvia Castoldi e Marco Passarello) e le anticipazioni delle prossime uscite.
Considerando personalmente, nell'ambito dell'editoria di fantascienza, Zona 42 una delle realtà editoriali più interessanti del momento, ho proposto a Giorgio Raffaelli di fare quattro chiacchiere in amicizia qui su quanto è uscito fino a oggi e su quello che ci potremo aspettare a breve (e magari lungo) termine.

Proprio questo mese (fino al 30), Zona 42 propone tutto il proprio catalogo cartaceo in offerta (le versioni digitali sono già a un prezzo più che onesto). Sono previste diverse combinazioni d'acquisto (la spedizione è gratuita) e trovate tutto qui (e, già che ci sono, ne approfitto per rubare l'immagine con tutti i volumi da mettere qua sotto).



F: Ciao, Giorgio. Intanto grazie per la disponibilità. La prima cosa che mi è venuta in mente quando uscì il primo volume di Zona 42 è che, finalmente, potevi "propinarci" direttamente un lavoro di Ian McDonald che è sempre stato uno dei tuoi autori di culto. "Desolation road" è un lavoro dalle mille sfaccettature, una lettura quasi indispensabile per i cultori della sf. Ci puoi parlare di come sei riuscito a farne il biglietto da visita di una casa editrice esordiente?

GR: Riuscire a pubblicare "Desolation Road" è stato come vincere una scommessa con me stesso. Mi ero ripromesso che se fossi mai riuscito a fondare una casa editrice, il primo titolo che avrei proposto ai lettori sarebbe stato "Desolation Road", un romanzo che ho amato tantissimo sin dalla prima volta che lo lessi e che risultava ancora inspiegabilmente inedito in Italia. Quando ne ho parlato con Marco, con cui nel giro di qualche mese avremmo fondato la casa editrice, anche lui si è dimostrato entusiasta del romanzo. Il fatto che si sia riuscito a pubblicarlo come primo titolo di Zona 42 lo si deve alla generosità di Ian McDonald: l'abbiamo contattato ben prima di partire ufficialmente con l'attività della casa editrice, e lui si ricordava ancora di quel vecchio sito che avevo messo in piedi (si parla della fine degli anni '90) dedicandolo alla sua attività di scrittore. A quel punto trovare un accordo economico è stato l'ultimo dei problemi, perché lui è stato ben felice di poter vedere il suo primo romanzo finalmente edito in Italia.
Altro aspetto fondamentale che ci ha permesso di rendere la versione italiana di "Desolation Road" un vero e proprio "manifesto editoriale" è stato il meraviglioso lavoro di traduzione che Chiara Reali ha fatto con il testo di McDonald. Abbiamo scelto Chiara, nonostante in vita sua avesse letto pochissima fantascienza e non ne avesse mai tradotta, perché eravamo certi che, prima ancora delle sue competenze linguistiche, la sua abilità di scrittrice avrebbe fatto la differenza. E la qualità della sua traduzione ci ha dato ragione.

F: Il secondo e il terzo volume che avete proposto sono entrambi parte di due trilogie. Una scelta quasi azzardata, sapendo che le trilogie vanno poi possibilmente pubblicate per intero. Abbiamo già visto il secondo romanzo sia di Grimwood che di Schroeder e mi sento fiducioso di vedere la fine dei lavori.

GR: Col senno di poi non ripeteremmo la scelta fatta allora. Ma non per l'azzardo economico insito nella scelta di pubblicare i tre volumi di Schoreder e di Grimwood senza sapere come sarebbero stati accolti dai lettori, quanto piuttosto perché ci siamo resi conto solo strada facendo che non saremmo stati in grado di offrire al nostro pubblico il numero di titoli che speravamo di riuscire a pubblicare. In altre parole, essersi presi l'impegno con i lettori di portare a termine sia il trittico di Virga che la trilogia arabesca ci ha costretti a rinunciare a pubblicare qualche altro autore che scalpita per avere, finalmente, un'edizione italiana, dato che noi, per come abbiamo strutturato il nostro lavoro, più di quattro, forse cinque titoli in un anno non riusciamo a produrli.

F: Conoscendo la tua diffidenza verso il fantastico nazionale, mi ha quasi stupito vedere pubblicato "Dimenticami Trovami Sognami" di Andrea Viscusi. Ci sarà spazio per altri autori nostrani?

GR: In Zona 42 siamo convinti che molti dei problemi per chi scrive fantascienza in italia siano riferibili alla qualità delle letture disponibili. Non è un caso che la stragrande maggioranza dei grandi autori internazionali ripetano spesso quanto le loro lettura siano state fondamentali per formarli come scrittori. In Italia soffriamo di una grave carenza di opere contemporanee del nostro genere preferito, di conseguenza chi voglia cimentarsi nella scrittura ha come riferimento testi che sono ormai datati e che, per quanto magari ottimi in sè, non sono in grado di costituire da soli un humus fertile per la creazione di nuove opere di fantascienza, che vale la pena ricordarlo, è forse il genere letterario più legato alla contemporaneità.
Lunghissima premessa per dire che è davvero difficile trovare in Italia autori capaci di offrire al lettore gli stessi stimoli, le stesse suggestioni, dei titoli di provenienza straniera, di quei paesi almeno dove invece il genere gode di maggior salute. Questo non significa che in Italia non ci siano scrittori in grado di produrre opere dello stesso livello di quelle che più apprezziamo, ma solo che trovarli è decisamente più difficoltoso.
Quindi sì, certo, pubblicheremo molto volentieri altri autori nostrani, ma solo se la qualità delle loro opere sarà la stessa di quelle che ci capita di leggere provenienti da oltreconfine.

F: Charles Stross è un altro grosso nome del fantastico che avete proposto. Questo lavoro l'avete strappato a qualche editore concorrente? Come funziona il "mercato degli autori" per una piccola casa editrice?

GR: Charles Stross è uno dei più importanti autori di fantascienza al mondo, dovevamo almeno tentare di pubblicare un suo romanzo. Lo abbiamo contattato, lui si è reso disponibile e comprensivo anche per quanto riguarda l'aspetto economico della questione, vista soprattutto la situazione generale del mercato italiano che lui ben conosce, e siamo quindi riusciti a proporre "Arresto di sistema" ai lettori.
Più in generale quel che ci è parso di cogliere nei rapporti che abbiamo con gli autori che decidiamo di contattare è la percezione della passione che mettiamo in quel che facciamo: l'attenzione alla traduzione, la cura dell'aspetto grafico e tipografico dei nostri volumi. Non sono aspetti sufficienti a chiudere positivamente tutte le transazioni, ma sono elementi che aiutano molto a rendere credibile e professionale il nostro approccio.
Per quanto riguarda invece quel che chiami "mercato degli autori" direi che al momento non abbiamo mai riscontrato problemi particolari. Certo, alcuni autori li abbiamo persi (penso alla Leckie, per esempio), ma vista la storia delle pubblicazioni di fantascienza in italia negli ultimi 10/15 anni, abbiamo davvero l'ìmbarazzo della scelta per quanto riguarda i titoli da proporre.

F: Vi faccio i complimenti sia per la qualità dei lavori, dalla scelta dei testi, alle traduzioni fino alle copertine, che per l'attenzione al mercato digitale (gli ebook sono disponibili sia in formato epub che mobi/kindle e, fatto rimarchevole, senza DRM). Come lavorate e qual è la filosofia di vita di Zona 42?

GR: A noi piace pensarci lettori, ancor prima che editori. Tutte le scelte che facciamo sono tese a realizzare quei volumi che noi per primi vorremmo trovare in libreria. Ed è proprio alla nostra esperienza di lettori che ci affidiamo, sia nella scelta dei titoli da proporre, sia nella cura della traduzione (quanti libri di fantascienza abbiamo letto in cui la cura editoriale del testo era poco soddisfacente?), che in quella del progetto grafico.
In questo senso essere così piccoli ci aiuta, perché ci "costringe" a mettere tutte le nostre competenze in gioco libro dopo libro. A parte le traduzione che affidiamo a fidati professionisti, qui In Zona 42 facciamo tutto letteralmente in famiglia: mia moglie Annalisa, che di mestiere fa la grafica, si occupa della cura estetica dei nostri libri, Elena, la moglie di Marco, si occupa della lettura e della correzione delle bozze, io e Marco facciamo tutto il resto.

F: Come ti ho confessato a Stranimondi, sono indietro di un paio di vostre letture (ora tre, considerando l'ultimo uscito) ma conto di rimediare al più presto. Però resto un accumulatore seriale e già prenoto ad occhi chiusi le vostre prossime uscite. Cosa prevede il piano editoriale di Zona 42?

GR: A Stranimondi abbiamo avuto l'onore di presentare in compagnia di tutti i nostri traduttori i libri che arriveranno il prossimo anno. Il nostro programma per il 2016 prevede la pubblicazione in gennaio di "Maul" (il titolo italiano è in via di definizione) di Tricia Sullivan, che per noi rappresenta il romanzo ideale per dare finalmente spazio a una voce femminile nel nostro catalogo. Di seguito arriveranno "Sole pirata" di Karl Schroeder, volume conclusivo della trilogia di Virga e "Fellahin", il terzo romanzo di Jon Courtenay Grimwood con protagonista Ashraf Bey. Quindi sarà la volta di "Elysium", il romanzo d'esordio di Jennifer Marie Brissett che le è valso una menzione d'onore all'ultima edizione del Premio Philip K. Dick, oltre ad un posto tra i finalisti del Premio Locus, forse il più importante premio conferito dalla critica negli Stati Uniti. A questi quattro libri speriamo di aggiungere un nuovo romanzo italiano, ma al momento non possiamo ancora rivelare autore o titolo.

F: Il mercato digitale è ricco di lavori che gli autori autopubblicano, per scelta consapevole o per non avere la possibilità di accreditarsi presso una casa editrice. Considerata anche la legge di Sturgeon che regna sovrana in tutti i campi, avete avuto contatti con questo mondo o addocchiato qualcosa che starebbe bene nel catalogo di Zona 42?

GR: Siamo piuttosto sospettosi rispetto al mondo delle autoproduzioni, che per come si è sviluppato in questi ultimi anni si è trasformato in un vero labirinto per il lettore, che si ritrova circondato da n-mila titoli senza una mappa che possa aiutarlo ad orientarsi nella qualità delle proposte. Detto questo, noi non smettiamo di provarci: dopotutto Andrea Viscusi lo abbiamo scoperto grazie alla lettura di una sua antologia di racconti autoprodotti ("Quattro apocalissi", consigliatissimo!).
Tra gli autori letti in questi mesi non posso non citare almeno Lucia Patrizi, il cui "My Little Moray Eel" (il titolo inglese non tragga in inganno, ché si tratta di un romanzo italianissimo) mi ha davvero impressionato, per solidità di trama e bontà della scrittura.

F: Grazie per la chiacchierata, Giorgio. In bocca al lupo per tutte le tue attività e arrivederci davanti a una birra. :)

GR: In effetti dopo tutte queste chiacchiere una birra ci starebbe proprio bene. Il primo giro lo offro io!

Nota finale
Il titolo del post, "I libri dell'Iguana", fa riferimento, oltre che a Giorgio "Iguana Jo" Raffaelli, all'omonima collana di fantascienza di Zona 42.

venerdì 30 ottobre 2015

Mettiamo un po' di musica...

... perché è da tempo che, sul blog, il volume del sottofondo musicale è basso: i miei post a tema musicale si sono rarefatti in maniera proporzionale ai miei ascolti, meno assidui e meno approfonditi di quanto lo fossero una volta.

Ciononostante (che è un avverbio che da tempo desideravo mettere in un post) continuo ad acquistare CD (meno maniacalmente di quanto faccessi prima e di quanto faccio ora con gli ebook) e tentare almeno un primo ascolto (a volte mi lascio prendere l'orecchio e arrivo anche a due o tre).

Di seguito un po' di cose interessanti ascoltate ultimamente (non è un "best of" del 2015) a partire dalle novità (si intende l'anno corrente anche se, primo, si tratta magari di uscite di inizio anno e, secondo, nessuno dei citati è un'opera prima) passando da cose più o meno recenti fino ad arrivare ai ripescaggi.

Al solito, un commento personale (quindi non tecnico) breve (anche più breve del solito e, in alcuni casi, più breve di quanto meritino gli album in sé) e il solito link a un video.


Nuovinuovi (perché certa musica si segue a ogni uscita)

Tame Impala: "Currents" (2015)
  |>  Let It Happen
Tame Impala goes pop. Al terzo lavoro, la band alleggerisce le proprie sonorità strizzando più di un occhio al lato elettropop danzereccio. Però l'anima psichedelica pare ancora viva e personalmente spero che i ragazzi riprendano la strada dei primi due album. 

FFS: "FFS" (2015)
 |>Johnny Delusional
Che ci fanno insieme una band indie scozzese degli anni zero (Franz Ferdinand = FF) e un gruppo in carriera fin dal '71 (Sparks = S) e sempre in grado di ridefinirsi musicalmente (psych, glam, new wave, art, ecc.)? Fanno un disco: questo. E riesce ad essere un ascolto piuttosto accattivante. 

Braids: "Deep in the Iris" (2015)
  |> Miniskirt
Un lavoro più patinato e meno glitch rispetto ai primi due album, coda leggera del precedente "Flourish // Perish" (2013). Pur senza grossi brividi, i Braids si propongono sempre ad un certo livello, merito anche dei vocalizzi di Raphaelle Standell-Preston. 

Godspeed You! Black Emperor: "Asunder, Sweet and Other Distress" (2015)
  |> Peasantry or 'Light! Inside of Light!'
Qua siamo dalle parti del mito, alla faccia di quelli che pensano che il rock sia morto negli anni '90. I GYBE, formazione canadese dalle forti connotazioni politiche, sono il punto di partenza (anni '90) di quel miscuglio generalmente definito post-rock: brani lunghi, parti recitate, derivazioni noise e spacey, composizioni quasi sempre strumentali. Dopo una lunga pausa (dal 2003 al 2011), ritornano sulle scene, prima con "Allelujah! Don't Bend! Ascend!" (2012) e poi con questo album, rimanendo ancora un punto di riferimento ben distinguibile nel marasma della musica strumentale "alternativa". 

Emika: "Drei" (2015)
  |>  My Heart Bleeds Melody
Dopo un ottimo album di debutto ("Emika", 2011) in chiave post-trip-hop (o simil-dubstep, ma meno anonimo) con una sonorità che riusciva a conciliare il lato pop elettronico bristoliano con quello techno berlinese, e un album dove l'esposizione musicale tendeva al raffreddamento e a un certo compiacimento vocale ("DVA", 2013), Ema Jolly (aka Emika) torna con il nuovo album a dedicarsi maggiormente all'esplorazione musicale e il risultato, ancora una volta, è un'elettronica cupa e personale spazzata da lampi luminosi. Mi piace.

Erica Mou: "Tienimi il posto" (2015)
  |> Tienimi il posto (live @ Collisioni 2015)
Svolta quasi indie per Erica Mou che con la sua voce limpida ci "sussurra" un album delicato e raffinato di rara intesità. Un passo coraggioso, un risultato positivo e una grande promessa per il futuro. 

Verdena: "Endkadenz Vol. 2" (2015)
  |> Colle immane
Seconda parte di un unico lavoro (l'omonimo "Vol.1" precede questo di pochi mesi) i Verdena, come sempre, non si fanno dettare l'agenda da nessuno, men che meno da mode o mercato. Dopo il precedente "Wow" (2011), un disco quasi di rinnovamento in chiave più pop, ci propongono un nuova personale reinterpretazione di sè stessi in bilico tra passato e presente ma ancora un passo avanti lungo la loro personalissima strada. E' impressionante come, ancora una volta, facciano centro pieno, a dispetto di chi li vede come un gruppo che gioca a fare "i Verdena" per prendere per il culo il mondo. 


Menonuovi (perché a volte scappa qualcosa e ci si rende conto dopo un po') 

Agricantus: "Turnari" (2014)
  |>  Turnari
Gli Agricantus, orfani del motore Tonj Acquaviva e della mirabile voce di Rosie Wiederkehr, tornano (come da titolo) e dimostrano di riuscire a tenere ancora il passo, magari senza stupire troppo. E anche la voce di Federica Zammarchi si inserisce alla perfezione nelle ritrovate sonorità di elettronica world del gruppo. 

Beatrice Antolini: "Beatitude" (2014)
  |>  DNA (Embarassed Space)
Nonostante la segua fin dai suoi esordi mi accorgo solo ora di non avere mai parlato di Beatrice Antolini, musicista totale e fondamentale della scena indie italiana. Dal minimalismo psichedelico degli esordi al pop colto di Vivid (2013), la Antolini percorre come un carro armato la sua strada approdando alla fine a questo EP che mirabilmente amalgama tutte le sue anime. 

Nine Inch Nails: "Hesitation Marks" (2013)
  |> Satellite
I NIN oltre i NIN classici rimangono comunque potenti. Trent Reznor rimane un punto di riferimento anche quando, abbandonata l'autodistruzione (cosa avvenuta da tempo, per altro), rivela le sue esitazioni e i suoi dubbi ("copy of a copy of a copy"). In questo album intinge i suoi (suoi più che mai) NIN negli How To Destroy Angels e continua a tenere banco.

Jennifer Gentle: "A New Astronomy" (2005)
  |>  Hidden Flower
Rumori e psichedelia, melodie aliene e droni per un lavoro registrato in casa su quattro tracce dedicato a Giovanni Paneroni, astronomo dilettante dei primi del '900 propugnatore di una cosmogonia alquanto bizzarra. Un ascolto per pochi, possibilmente paranoici ma con la mente aperta. 

Toy: "Toy" (2012)
  |>  Motoring
Toy: "Join the Dots" (2013)
  |>  Join th Dots (live session)
Brit & psych: sto decisamente perdendo colpi se mi sono accorto della loro esistenza solo perché Natasha Khan ha appena buttato fuori un album insieme a loro con il moniker Sexwitch. Rielaborano forse sonorità consolidate (un miscuglio esplosivo di psych, kraut, noise e melodia brit) ma lo fanno proprio bene.


Ripescaggi (perché, a volte, abbiamo bisogno ascolti facili e sicuri) 

Oh Laura: "A Song Inside My Head, A Demon In My Bed" (2007)
  |>  Release Me
Beccati quasi per caso quando avevo maggiori frequentazioni in campo musicale, la band svedese pratica un leggero pop rock folkeggiante, come tanti da quelle parti. Ma io mi innamoro istantaneamente delle voci e quella di Frida Öhrn mi aveva subito fulminato. Scopro ora che, oltre a questo, hanno fatto un altro album nel 2012 (The Mess We Left Behind): magari lo cerco...

Hooverphonic: "The Magnificent Tree" (2000)
  |>  Mad About You [version 1] [version 2]
Hooverphonic: "The Night Before" (2010)
  |>  The Night Before
Noto (magari non lo conoscete di nome ma "Mad About You" l'avete sicuramente sentita) gruppo belga di derivazione trip-hop e poi decisamente pop mainstream la cui caratteristica è sempre stata quella di proporsi con una certa eleganza. Caratterizzato quasi dall'inizio dalla voce di Geike Arnaert, dopo l'abbandono di questa la parte vocale passa, con buoni risultati, a Noémie Wolf (che proprio quest'anno ha lasciato, vabbé).

Norah Jones: "Come Away With Me" (2002)
  |>  Don't Know Why
Norah Jones: "Feels Like Home" (2004)
  |>  Creepin In (feat. Dolly Parton)
Norah Jones: "Not Too Late" (2007)
  |>  Sinkin' Soon
Norah Jones mi è sempre stata un po' sui coglioni. Forse perchè vedere un'etichetta come la Blue Note aprirsi al jazz/folk (?) patinato del primo album era un po' come se la Cramps avesse messo in catalogo Gigi D'Alessio. In realtà la ragazza è proprio brava e, nonostante il debutto milionario su cui tanti avrebbero campato all'infinito, ha piano piano cercato di scostarsene e di rinnovarsi. Nel secondo album il jazz lascia la strada al country/blues, nel terzo album prova a inserire anche qualcosa di più ruvido (Sinkin' Soon). Insomma, si invecchia, ci si ammorbidisce e ora Norah Jones non mi sta più sui coglioni (penso che mi procurerò anche quelli che mi mancano).

Beth Orton: "Trailer Park" (1996)
  |>  Tangent
Beth Orton: "Central Reservation" (1999)
  |>  Central Reservation
Beth Orton: "Daybreaker" (2002)
  |>  Paris Train
Beth Orton: "Comfort of Strangers" (2006)
  |>  Conceived
Beth Orton: "Sugaring Season" (2012)
  |>  Magpie
Di Beth Orton mi ero innamorato verso la fine degli anni '90. Si sperimentava con quelle cose tipo WinMX e tra i primi assaggi ci furono alcuni brani di "Central Reservation" e di "Love In The Time Of Science" di Emiliana Torrini. Entrambe le ragazze avevano quella contaminazione elettronica che mi piaceva tanto (la Torrini più della Orton, ma la Orton aveva belle frequentazioni tipo i Chemical Brothers). Continuai a seguire assiduamente la Torrini e con la Orton mi arresi all'uscita di "Comfort of Strangers" (troppo folk, niente elettronica). Quest'anno mi è capitato di sentire qualche brano di "Sugaring Season" (ci ho trovato qualche rimando alla vecchia Beth) e ho riscoperto il piacere della sua voce. Grazie a ebay mi sono comprato tutti i cd e mi sono riascoltato tutto quanto (confermo l'impressione su "Comfort of Strangers", preso pure in deluxe edition per non farmi mancare niente).


Prossimamente (in arrivo o che devo ancora procurarmi)

L'album di Natasha Khan (aka Bat For Lashes) con i Toy ("Sexwitch", 2015).
Il secondo album solo di Noel Gallagher ("Chasing Yesterday", 2015).
L'ultimo dei Metric ("Pagans in Vegas", 2015).
"High Dive" (2004), l'album meno country di Maria McKee (ex Lone Justice).
"Klavirni" (2015) di Emika (piano e voce).
"Right On!" (dicembre 2015) di jennylee (Jenny Lee Lindberg delle Warpaint).
"La Di Da Di" (2015) dei Battles.
"Adore Life" delle Savages (uscirà a gennaio).
Varie & eventuali...

Buon ascolto.