sabato 29 novembre 2014

Tre modalità di sf: spazio, ucronia e cyber



Tre diversi modi di scrivere buona fantascienza tra le mie ultime letture.

SPACE
Ci sono letture che ti colpiscono immediatamente. "Ancillay Justice" di Ann Leckie, ad esempio.
Primo volume di una trilogia ("Imperial Radch"), ambientazione da ampio respiro (massì, chiamiamola space opera) e fortemente intriso di temi etici: potrei sbilanciarmi e definirlo subito un capolavoro (i vari premi che ha ricevuto sono giustamente meritatati). Dico solo che Ann Leckie potrebbe raggiungere le altezze di Iain M. Banks (del quale si sentirà comunque sempre la mancanza nel mondo della sf). In sintesi: consigliato (praticamente obbligatorio). Edizione Fanucci, DRM free.

UCRONIA
Anche "Pashazade" di Jon Courtenay Grimwood è il primo volume di una trilogia ("The Arabesk Trilogy"). Ci troviamo, più o meno, ai nostri tempi, in una El Iskandriya (Alessandria d'Egitto) crocevia multiculturale, quasi una zona franca, di un impero islamico illuminato che convive con gli imperi europei perché la prima guerra mondiale ha avuto una portata limitata e la seconda non si è mai svolta. La storia ha le tinte del giallo e i sapori del mediterraneo. Edizione Zona42, DRM free.

CYBER
"HumanLike" di Yaranilde è una raccolta di racconti di derivazione post-cyberpunk con pratogoniste donne. E il fatto che queste donne siano parzialmente o totalmente artificiali non toglie nulla al loro essere donne. Le ambientazioni sono diverse, mondi futuribili, probabili, possibili o alternativi. Al centro di tutto c'è il dilemma etico e la naturale espansione del concetto di umanità. La stessa raccolta di racconti, come si evimce dall'introduzione di Claudio Cordella, si trova anche sotto il titolo "Alter Ego" di Alexia Bianchini, alter ego di Yaranilde, la  quale, per chiudere il cerchio, è la protagonista dell'ultimo racconto della raccolta ("De-generazione"). Edizione La Mela Avvelenata, DRM free.

martedì 25 novembre 2014

Sulle sponde del fiume senza fine

E' con molta diffidenza che mi sono accostato a questo album a partire dall'orribile copertina scelta.
Molta diffidenza e molto pregiudizio perché IO AMO I PINK FLOYD, CAZZO!
Ho evitato di leggerne le recensioni sui vari OndaRock, SentireAscoltare, Pitchfork e testate varie ma non mi sono sfuggiti i commenti negativi su facebook di vari amici che so essere in sintonia con me per tutto ciò che riguarda i Pink Floyd.

"The Endless River" è un tributo a Richard Wright. Richard Wright è la quintessenza del suono dei Pink Floyd, componente decisamente sottovalutato rispetto ai vari Barrett, Waters e Gilmour. Perfino Mason si è ritagliato un ruolo di tutto rispetto da produttore ma Wright? Chi se l'è mai cagato? E questa cosa mi ha sempre fatto incazzare. 

Un tributo, dicevo, o, a detta di molti, un escamotage per una marchetta di lusso. E forse lo è ma non è tutta merda quella che puzza: so che questo può sembrare un concetto che va a parare dalle parti del "meno peggio" ma sto parlando di un gruppo che ha segnato la mia adolescenza (anni '70) e tutto il mio gusto musicale per cui, pur potendo sembrare fazioso, voglio comunque esprimere quello che di positivo mi è rimasto al primo ascolto.

Per prima cosa ho risentito il suono dei Pink Floyd: dei Pink Floyd veri, quelli prima dell'allontanamento dal gruppo di Waters.  
L'album si apre con un fac-simile di "Shine on You Crazy Diamond", forse perfino troppo simile ("Things left unsaid"/"It's what we do"), prosegue e, a sorpresa, emerge il pompeiano suono di "Skins", prosegue e ti trovi a fluttuare su un delicato fraseggio di Wright ("The Lost Art of Conversation"), prosegue e il ritmo di "Run like Hell" introduce "Allons-Y" di chiara firma wrightiana, prosegue e malamente si schianta sulla pur bella "Louder than Words", unico pezzo cantato e di chiara impronta gilmouriana che ha la cattiva idea di strappare la trama tenue di un flusso carico di nostalgia lasciando, questa volta davvero, l'impressione della marchetta di lusso (oltretutto titolazioni come "Autumn '68" non lasciano molte incertezze a riguardo).

Questo è stato il mio primo ascolto. Ai successivi ascolti potrei avere magari moti di rifiuto o di placida e rassegnata accettazione, non so. L'album non è certamente un capolavoro ma non penso che nessuno si potesse aspettare diversamente da un collage di pezzi "di scarto" (magari qualcuno di puro divertissement) delle registrazioni di "The Division Bell" (1993/1994). Nemmeno Gilmour e Mason che l'hanno assemblato.
Però da questo assemblaggio emerge deciso l'omaggio a Wright e, più in generale, l'omaggio ai Pink Floyd "veri", quelli che stanno radicati nella mia memoria e dei quali non potrò mai sentire niente di nuovo ma dei quali posso cogliere gli echi. E per cui posso ancora emozionarmi, almeno un po', seduto sulle sponde di questo "fiume senza fine".