giovedì 20 marzo 2014

Hypgnosis: echi di memorie universali

Icy wind of night be gone
This is not your domain
In the sky a bird was heard to cry
Misty morning whisperings
and gentle stirring sounds
Belied a deathly silence
That lay all around.

Si apre sulle note di "Grantchester Meadows" il documento audio-visivo, tratto da un documentario mai completato, su uno dei più notevoli illustratori del rock: "Echoes, dai Pink Floyd ai Muse, la cover art secondo Storm Thorgerson (Hipgnosis)".

Fin dall'inizio, scegliendo un pezzo più watersiano che pinkfloydiano, è chiara l'impostazione: non si tratta di un documentario sui Pink Floyd nonostante ne siano la colonna sonora, giusto compenso a Thorgerson che, accompagnandoli praticamente dall'inizio alla fine della loro storia, fu il loro narratore visivo.
Thorgerson parla di Grantchester Meadows, prati e campagna appena fuori da Cambridge, inizio pastorale di una storia compartecipata che riuscì a relazionare musica e immagini e a farle diventare memoria universale.

E, a seguire, il rullo scorre a raccontare luoghi e rapporti, idee e realizzazioni, un percorso sottolineato dalla musica dei Pink Floyd che parte dalla visionarietà barrettiana, passa per la liberazione da Barrett e diventa storia e simbolo.
Scorrono immagini dell'UFO Club, di "Pink Floyd at Pompeii", copertine di album (non solo floydiani: Genesis, Led Zeppelin, Nice, Gabriel, Cranberries, Muse) che sono storia del rock (beh, magari non proprio tutti gli album), interviste a Thorgerson e Nick Mason e video musicali mentre l'anima del pinkfloyiano vibra ai suoni di "See Emily Play", "Interstellar Overdrive", "Money", "Time", "Shine on You Crazy Diamond", "Wish You Were Here", "Learning to Fly" e altro.

E' un percorso che parte dalle viscere del proprio vivo passato, si racconta e ti racconta, ti stordisce con la bellezza e la semplicità dell'uomo che ironicamente perplesso osserva come milioni di persone abbiano in casa una sua opera senza sapere minimamente chi lui sia.

Il documentario è stato curato da Mark Wonden, Claudio Giorni e Luigi Pedrazzi
All'evento, che si è svolto presso la Mediateca Santa Teresa di Milano nell'ambito della rassegna "Visionica", mi ha invitato Nicola (Grazie, Nik!) che, con la sua casa di produzione Torrevado, è parte attiva della produzione.



sabato 1 marzo 2014

Echi di anni '80

Ho saltato gli anni '80 in blocco.
Musicalmente parlando, intendo.
Rock, intendo.
Legato alle sonorità della psichedelia e del prog dei '70, mi muovevo abbastanza disinteressato tra le cose nuove: insomma mi sono perso la new wave sulla scia del mio rifiuto di quel momento di rottura che fu il punk.
Negli anni novanta cominciai il ripasso di quanto avevo perso: da questa parte dell'oceano U2 e Simple Minds avevano tenuto banco, dall'altra parte dell'oceano mi ero perso R.E.M., Talking Heads e Sonic Youth.
Un disastro, insomma.

Ma rimaniamo da questa parte: U2 e Simple Minds che nascono newwavers e poi diventano altro.
I primi due album degli U2 e i primi quattro dei Simple Minds non lasciavano presagire la rincorsa reciproca e la rincorsa all'arena rock: sono gioiellini densi, momenti di arricchimento della frattura punk (arricchimento per il quale maggior credito penso vada dato ai  Clash).
Gli U2, dopo il noiosissimo e autocelebrativo "Ruttle and Hum" (come già detto da altre parti, a mio parere uno dei live più brutti e pesanti della storia del rock), provano a cambiare marcia (come il Bowie berlinese) e sfornano una doppietta interessante; i Simple Minds si autoreplicano all'infinito, forse sentono di avere in qualche modo perso la sfida diretta con i rivali, forse sono semplicemente più onesti e vogliono rimanere sé stessi.
I due gruppi arrivano a oggi e dove gli U2 diventano delle assolutamente dimenticabili ombre, i Simple Minds riescono ancora a comunicare, ad apparire freschi e a riscuotere tuttora la mia simpatia (gli U2 proprio no).
Simpatia che continuo a rivolgere anche a gruppi come Tears for Fears e Depeche Mode, già conosciuti anche nel loro periodo giusto.

E poi, piano piano, vado a riscoprire quello che mi era rimasto nascosto e, dopo i Bauhaus già citati in precedenza, mi rendo conto che, tra i tanti, Echo & the Bunnyman stanno una spanna sopra a U2 & Simple Minds. Anzi, di più: ci stavano negli anni '80 e ci stanno pure ora.

E' da una settimana che tengo in macchina "Siberia", il loro album del 2005 (grazie, Giampaolo!) e ora sto godendomi i primi cinque album.

Questa la prima traccia del loro primo album, "Crocodiles" (1980):

E questa la prima traccia di "Siberia" (2005): 

E, ah!, sta per uscire ora il loro nuovo album: "Meteorites".

Insomma, non si smette mai di imparare.
E di vivere il piacere della musica. :)