lunedì 15 dicembre 2014

... and then there was prog


Gli Opeth, band svedese, arrivano dal death metal tipico dei paesi nordici. I primi album hanno quel suono pesante e quelle voci pesanti ma pure quel qualcosa di più che riesce a catturare l'attenzione degli ascoltatori meno portati al metal. 
Di album in album la progressione è notevole.
Progressione. 
Prog.
Il lato prog è sempre più marcato e nel 2001 pubblicano un capolavoro da urlo, perfetta commistione di metal e prog: "Blackwater Park", un album essenziale sia che si ami un genere piuttosto che l'altro.
Seguono a stretto giro una coppia di lavori, una specie di doppio album separato, ("Deliverance", 2002, e "Damnation", 2003) dove il suono viene ristrutturato lasciando nel primo album l'aspetto metallico e nel secondo l'aspetto progressivo. Nel complesso i tre lavori rappresentano il culmine dell'esperienza sonora degli Opeth.
Ma Mikael Åkerfeldt, voce e leader del gruppo, pare intenzionato a percorrere una strada propria e, incurante della disaffezione che può provocare nei fan della prima ora, gli Opeth si allontanano sempre di più dal death metal e suonano sempre più progressivi.
Fino a questo ultimo album, "Pale Communion" (2014), che non ha più nulla di metal.
Nulla.
E forse in questo nulla si perdono purtroppo tutte quelle atmosfere contrastate tipiche dei vecchi lavori.
Ma il prog che suonano è davvero stellare.
E, in più, non manca neppure una citazione-omaggio ai nostri Goblin.
Rimaniamo in attesa di sapere dove Åkerfeldt andrà a parare da qui in poi. 

Anche Arjen Anthony Lucassen, musicista olandese, ha sempre fatto metal alla propria maniera.
Intorno al suo moniker Ayreon ha sempre raccolto diversi personaggi del mondo del rock e del metal proponendo dei concept album ad ispirazione fantastica (fantasy, fantascienza e tutte quelle robe lì che mi piacciono un sacco): "Actual Fantasy" (1996), "Into the Electric Castle" (1998), "Universal Migrator" (2000) già dai titoli rendono abbastanza l'idea. 
La sua musica è sempre stata un misto di metal (meno virulento di quello nordico) e space rock: di fatto, Ayreon, lo si trova ovunque catalogato come progressive metal.
L'ultimo album, "The Theory of Everything" (2013) non fa eccezione rispetto alla sua produzione precedente se non che la componente prog risulta molto più marcata.
Ma molto di più!
Una scelta non casuale, si suppone, avendo tra gli strumentisti Rick Wakeman, Keith Emerson e Steve Hackett.

... and then there was prog.

Eccovi un paio di assaggi:






giovedì 4 dicembre 2014

L'Inferno di Alexia

Non avrei mai supposto di leggere qualcosa di una collana denominata "Rosa gotica" (della Dunwich Edizioni) ma, un giorno, sono incappato in Alexia Bianchini su Facebook quando ha segnalato su un gruppo di frequentazione comune il suo "HumanLike" in promozione gratuita su Amazon.
Di questa sua antologia di racconti ho parlato nel post precedente e, avendo inviato il link del post all'autrice, sono stato gentilmente omaggiato del suo ultimo lavoro "Cronache Infernali"

A partire dalla copertina in stile manga (opera dell'autrice stessa e che rappresenta la protagonista Matyamavra in modo simile a come è rappresentata Susono Musubi sulla copertina di "Noise" di Tsutomi Nihei) e dal capitolo iniziale ambientato nel '600 a Milano dove un demone fa strage di cacciatori di streghe, l'impressione iniziale è quella di trovarsi davanti ad una storia decisamente horror.
La premessa viene mantenuta e la storia si dipana nel tempo, nello spazio e in altre dimensioni, grondando sangue, sesso e amore (sì, anche il romance vuole la propria parte) lasciando scoprire piano piano i diversi personaggi e le loro motivazioni e una cosmogonia poco sovrapponibile alle rappresentazioni religiose abituali.
Quella che Alexia propone è la storia di Matyamavra, divoratrice di demoni, amante di Belzebù e figura archetipale (una Diana cacciatrice molto incazzata e molto paziente) che cerca vendetta sui demoni che hanno invaso l'Inferno, un mondo che, prima della loro infestazione, non era il regno del male assoluto. 
D'altra parte anche il concetto di male assoluto (come quello di bene) appare sfumato e non è applicabile a tutti i personaggi, umani, demoni, angeli o "alieni" che siano: il bene e il male si fondono e confondono tanto da dare una connotazione umana anche a quelli che umani non sono.

Horror con forti venature dark fantasy (o è il contrario?), erotismo e romance: la Bianchini è una scrittrice decisamente versatile e molto gentile, tanto che ha lasciato che le ponessi qualche domanda.

Alexia, considerato che in "Cronache Infernali" i vari generi sono rappresentati a tinte piuttosto marcate, a che tipo di pubblico ti si stavi rivolgendo mentre lo scrivevi?

AB: Sì, le tinte sono forti, non mi sono risparmiata, ma perché volevo renderlo più realistico possibile. E dato che i demoni “non giocano a carte” ho spinto sui loro vizi, ho raccontato le loro azioni malvagie senza tralasciare i particolari. Di sicuro non è una lettura per bambini, ma per adolescenti direi di sì. Ormai sono abituati a telefilm molto più spinti e violenti, e visto che nei miei libri i cattivi poi pagano per le loro “marachelle” il messaggio non è fuorviante, né diseducativo. In tanti anni che scrivo devo dire che la percezione di chi legge varia molto, ma non sempre per via dell’età. Ho notato che chi è abituato all’horror ha trovato le scene erotiche forti, contrariamente alle lettrici di romance, che invece non hanno fatto una piega, anzi, mi hanno detto che avrei dovuto calcare la mano, forse per via del genere che attualmente sta sbaragliando le classifiche.

Qual è il genere con cui ti trovi maggiormente a tuo agio? 

AB: L’horror, poi la fantascienza e infine il fantasy.

Che colonna sonora metteresti a "Cronache Infernali"?

AB: "Dance of Death" degli Iron Maiden [video su YouTube], "Save me from myself" di Sirenia [video su YouTube].

Di mio io ci aggiungerei "Devil's Orchard" degli Opeth [video su YouTube].

Ci possiamo aspettare un seguito? O magari una trasposizione a fumetti, in stile manga come la copertina?

AB: Il seguito di sicuro… il fumetto sarebbe un sogno.

Ho letto la tua bio su vari siti ma non voglio copiarla e incollarla qui: chi è Alexia Bianchini detto da te in breve? E dove sta andando?

AB: Adoro scrivere racconti e romanzi. Amo tutto ciò che ruota intorno al mondo fantastico, dai fumetti, ai libri, ai telefilm. Nonostante io preferisca scrivere un genere di nicchia, non posso fare a meno di continuare a raccontare storie. Amo fantasticare e immaginare altri mondi. I figli e il lavoro mi tengono ancorata alla realtà.
Spero che in molti possano leggere le avventure dei miei personaggi.

Io ho divorato la "divoratrice" in una sera: quali sono le tue letture e quali letture consiglieresti a chi ha apprezzato le tue "Cronache Infernali"?

AB: Strano a dirsi nella lettura prediligo i romanzi storici e i thriller. Poi sci-fi, horror e fantasy. Mi appassionano anche i saggi relativi al periodo medioevale.
Libri che mi hanno conquistata ce ne sono parecchi, da Fredric Brown con “Cosmolinea B1” a “Narciso e Boccadoro” di Herman Hesse, ma mi sento di consigliare tomi non troppo famosi, come: “La compagnia del Corvo”, un romanzo fantasy dello scrittore britannico James Barclay; “Ho freddo” di Gianfranco Manfredi, una vera chicca; “Il 18° vampiro” di Claudio Vergnani, che mi ha affascinata; “La Contessa Nera” di Rebecca Johns tra fantasy e storia.

Grazie per la tua disponbilità, Alexia. Io resto in attesa del ritorno di Matyamavra.:)


sabato 29 novembre 2014

Tre modalità di sf: spazio, ucronia e cyber



Tre diversi modi di scrivere buona fantascienza tra le mie ultime letture.

SPACE
Ci sono letture che ti colpiscono immediatamente. "Ancillay Justice" di Ann Leckie, ad esempio.
Primo volume di una trilogia ("Imperial Radch"), ambientazione da ampio respiro (massì, chiamiamola space opera) e fortemente intriso di temi etici: potrei sbilanciarmi e definirlo subito un capolavoro (i vari premi che ha ricevuto sono giustamente meritatati). Dico solo che Ann Leckie potrebbe raggiungere le altezze di Iain M. Banks (del quale si sentirà comunque sempre la mancanza nel mondo della sf). In sintesi: consigliato (praticamente obbligatorio). Edizione Fanucci, DRM free.

UCRONIA
Anche "Pashazade" di Jon Courtenay Grimwood è il primo volume di una trilogia ("The Arabesk Trilogy"). Ci troviamo, più o meno, ai nostri tempi, in una El Iskandriya (Alessandria d'Egitto) crocevia multiculturale, quasi una zona franca, di un impero islamico illuminato che convive con gli imperi europei perché la prima guerra mondiale ha avuto una portata limitata e la seconda non si è mai svolta. La storia ha le tinte del giallo e i sapori del mediterraneo. Edizione Zona42, DRM free.

CYBER
"HumanLike" di Yaranilde è una raccolta di racconti di derivazione post-cyberpunk con pratogoniste donne. E il fatto che queste donne siano parzialmente o totalmente artificiali non toglie nulla al loro essere donne. Le ambientazioni sono diverse, mondi futuribili, probabili, possibili o alternativi. Al centro di tutto c'è il dilemma etico e la naturale espansione del concetto di umanità. La stessa raccolta di racconti, come si evimce dall'introduzione di Claudio Cordella, si trova anche sotto il titolo "Alter Ego" di Alexia Bianchini, alter ego di Yaranilde, la  quale, per chiudere il cerchio, è la protagonista dell'ultimo racconto della raccolta ("De-generazione"). Edizione La Mela Avvelenata, DRM free.

martedì 25 novembre 2014

Sulle sponde del fiume senza fine

E' con molta diffidenza che mi sono accostato a questo album a partire dall'orribile copertina scelta.
Molta diffidenza e molto pregiudizio perché IO AMO I PINK FLOYD, CAZZO!
Ho evitato di leggerne le recensioni sui vari OndaRock, SentireAscoltare, Pitchfork e testate varie ma non mi sono sfuggiti i commenti negativi su facebook di vari amici che so essere in sintonia con me per tutto ciò che riguarda i Pink Floyd.

"The Endless River" è un tributo a Richard Wright. Richard Wright è la quintessenza del suono dei Pink Floyd, componente decisamente sottovalutato rispetto ai vari Barrett, Waters e Gilmour. Perfino Mason si è ritagliato un ruolo di tutto rispetto da produttore ma Wright? Chi se l'è mai cagato? E questa cosa mi ha sempre fatto incazzare. 

Un tributo, dicevo, o, a detta di molti, un escamotage per una marchetta di lusso. E forse lo è ma non è tutta merda quella che puzza: so che questo può sembrare un concetto che va a parare dalle parti del "meno peggio" ma sto parlando di un gruppo che ha segnato la mia adolescenza (anni '70) e tutto il mio gusto musicale per cui, pur potendo sembrare fazioso, voglio comunque esprimere quello che di positivo mi è rimasto al primo ascolto.

Per prima cosa ho risentito il suono dei Pink Floyd: dei Pink Floyd veri, quelli prima dell'allontanamento dal gruppo di Waters.  
L'album si apre con un fac-simile di "Shine on You Crazy Diamond", forse perfino troppo simile ("Things left unsaid"/"It's what we do"), prosegue e, a sorpresa, emerge il pompeiano suono di "Skins", prosegue e ti trovi a fluttuare su un delicato fraseggio di Wright ("The Lost Art of Conversation"), prosegue e il ritmo di "Run like Hell" introduce "Allons-Y" di chiara firma wrightiana, prosegue e malamente si schianta sulla pur bella "Louder than Words", unico pezzo cantato e di chiara impronta gilmouriana che ha la cattiva idea di strappare la trama tenue di un flusso carico di nostalgia lasciando, questa volta davvero, l'impressione della marchetta di lusso (oltretutto titolazioni come "Autumn '68" non lasciano molte incertezze a riguardo).

Questo è stato il mio primo ascolto. Ai successivi ascolti potrei avere magari moti di rifiuto o di placida e rassegnata accettazione, non so. L'album non è certamente un capolavoro ma non penso che nessuno si potesse aspettare diversamente da un collage di pezzi "di scarto" (magari qualcuno di puro divertissement) delle registrazioni di "The Division Bell" (1993/1994). Nemmeno Gilmour e Mason che l'hanno assemblato.
Però da questo assemblaggio emerge deciso l'omaggio a Wright e, più in generale, l'omaggio ai Pink Floyd "veri", quelli che stanno radicati nella mia memoria e dei quali non potrò mai sentire niente di nuovo ma dei quali posso cogliere gli echi. E per cui posso ancora emozionarmi, almeno un po', seduto sulle sponde di questo "fiume senza fine".


lunedì 29 settembre 2014

Letture estive

Ci risiamo: quest'estate mi ha ripreso la foga della lettura.
O, meglio, la foga degli acquisti di libri perché la lettura mi ha tenuto impegnato soprattutto durante il paio di settimane di ferie.
Per riprendere l'attività (ormai troppo saltuaria) mi sono dedicato soprattutto al formato "breve" (ho sempre rifuggito i racconti brevi preferendo opere di dimensioni comprese tra il mattone e il monolite di 2001) perché mi hanno fatto ingolosire i "Bus Stop" di Delos Books; si tratta di una collana (un format) strutturato in sottocollane (alcune delle vere e proprie serie) che toccano i generi più vari: romantica, erotica, spionaggio, thriller, sherlockholmes (che fa genere a sè da anni), fantasy, urban fantasy, horror,  e poi fantascienza, fantascienza e ancora fantascienza.

Mi sono bevuto la serie "Robotica", "Robotica.it", "Cronache di un Sole lontano" (a cura di Sandro Pergameno), sono alle prese con i "Classici della Fantascienza Italiana", Mi sono gustato la fantapsichedelia di Emanuela Valentini (la miniserie "Red Psycheldelia"), ho da parte la serie "Tecnomante" di Valentino Peyrano (che, nel frattempo, ha dato il via alla "seconda stagione"), sono in lista d'acquisto i "Necronauti" di Maico Morellini, è disponibile la seconda serie di "Mondo 9" di Dario Tonani (quella la prenderò in volume unico) e "Trainville" di Alain Voudì.
Ci sono i racconti horror di "Halloween Nights" (non il mio genere di horror), le lunghe serie "Chew-9" (di Franco Forte e altri, fantascienza) e "The Tube" (horror) e altre che al momento non ricordo, sorry.
Insomma, continuo ad accumulare, anche al di fuori dei "Bus Stop": oggi, ad esempio, c'erano in superofferta su BookRepublic i romanzi di Doris Lessing e poi non vorrete che tralasci gli Urania digitali (Charles Sheffield e John Scalzi)? 

Insomma, tutto questo spottone all'amico Sosio per arrivare a dire che tre opere (una sola di queste è targata Delos Books) mi hanno particolarmente colpito durante le letture estive.




"Immersione" di Aliette de Bodard, scrittrice di origine franco-vietnamita che ci proietta nel cuore (a volte ai margini) dell'impero Dai Viet, dove cultura e tradizioni dal sapore millenario si trovano a convivere con ambientazioni da space opera. Estremamente affascinante, tanto che mi sono immediatamente procurato anche il suo racconto lungo "Stazione rossa" ambientato nello stesso universo. Ebbene sì: entrambi i lavori sono pubblicati da Delos Books (e spero che altri ne seguano).

"Mare Nostrum" di Serena M. Barbacetto: un racconto di diverse alienità ambientato in un angolo della Spagna dai tratti alieni (appunto). Uno scenario di colori e veleni alle porte del Mediterraneo in cui una geologa, uno scienziato e un cane robot si trovano alle prese con un rappresentante di una nanorobotica specie estranea (sarà uno spoiler, questo? Mah.). Il racconto è edito da Collana Imperium e, anche in questo caso, mi sono già procurato (due volte, e di questo ho riso con l'autrice) un altro suo romanzo (lungo, stavolta): "Wormhole" edito da Lettere Animate Ed.

Devo invece ringraziare l'amico Giorgio Raffaelli (aka Iguana Jo) per essere diventato editore e avere proposto all'esordio della collana "I Libri dell'Iguana" della casa editrice Zona42 il notevole "Desolation Road" di Ian McDonald, un romanzo di frontiera dal respiro ampio che parte dalla singola vicenda del dottor Alimantado e del suo amico verde nel deserto e diventa corale, man mano che si forma la comunità di Desolation Road e che i diversi personaggi prendono possesso delle loro vite facendo scorrere la narrazione in un intreccio di storie personali in un mondo di deserti e ferrovie, meteore e spostamenti temporali, guerra e solitudini.  

E ora, scusate, vado a leggermi qualcosa. :)

domenica 14 settembre 2014

A volte ritornano

Mentre si discute del "regalo" degli strabolliti U2 all'ecosistema Apple, quasi che non abbiano solo da guadagnarci (e tanto), considerata pure la dimenticabilità di tutta la loro produzione da "Pop" (compreso) in poi, ci sono almeno un paio di ritorni più che interessanti (e sicuramente più significativi degli U2).

Gli Interpol escono con il loro quinto album, "El Pintor", e sembrano trovare le corde quasi ormai dimenticate dei loro due primi magnifici album ("Turn on the Bright Light", 2002 e "Antics", 2004) dopo un album scipito (ma non proprio brutto quanto la copertina), "Our Love to Admire" (2007), e un tentativo di ritrovare una strada identificabile (l'eponimo "Interpol", 2010).
Ascoltando questo ultimo album la prima cosa che ti viene da dire è: "Cazzo, ma sono gli Interpol!", che, se non si capisse, per me è un complimento.

Al contrario degli Interpol, i Blonde Redhead proseguono lungo un percorso che li allontana sempre di più dalle origini noise: da "23" (2007), attraverso "Penny Sparkle" (2010) arrivano a questo "Barragàn" smorzando sempre di più le spigolosità e immergendosi in sonorità e melodie quasi evanescenti pur rimanendo distintivamente riconoscibili ("Cazzo, ma sono i Blonde Redhead!", come direi io).

Aggiungerei un bonus disc: "Crush Songs" è il primo disco solo di Karen O (degli Yeah Yeah Yeahs) ed è spiazzante. Si tratta quasi di una raccolta di abbozzi di canzoni, un approccio decisamente lo-fi, dove gli arrangiamenti sembrano essere volutamente mantenuti ad un livello minimale per dare voce al proprio lato emozionale. Interessante. 
Il regista Spike Jonze gira un video "a sopresa" per Karen O facendo danzare Elle Fanning sulle note del primo brano dell'album, cogliendo l'atmosfera intima e libera che caratterizza l'intero album.
Eccolo: 



Nel frattempo io mi sono innamorato (a scoppio ritardato) di Anna Calvi ma non ve ne parlerò ora. :P


lunedì 23 giugno 2014

Cosa è cosa?

"Who goes there?" è un racconto lungo di John W. Campbell, figura di riferimento della fantascienza degli anni d'oro ma, se non siete addentro al genere, è possibile che titolo e autore non vi dicano nulla.  

Da questo racconto sono stati tratti tre film: "La cosa da un altro mondo" ("The Thing from Another World", 1951) di Christian Nyby (e Howard Hughes, se proprio vogliamo essere pignoli), "La cosa" ("The Thing", 1982) di John Carpenter e "La cosa" ("The Thing", 2011) di Matthijs Van Heijningen Jr. (quest'ultimo non l'ho visto).

I primi due film sono entrambi dei classici del genere (anche se il film di Carpenter gioca maggiormente con l'aspetto orrorifico) e sicuramente più conosciuti del racconto originale.

Delos Books propone, in digitale, la rilettura del racconto di Campbell che, pur essendo del 1938, non perde, a oggi, in potenza immaginativa e speculativa. Al centro di tutto sta la figura dell'estraneo, imperscrutabile e inconoscibile, e, quindi, nemico da neutralizzare.


In parallelo la stessa casa editrice propone anche un racconto breve, "Le cose" ("The Things", 2011) di Peter Watts, il quale ribalta brownianamente il punto di vista della narrazione: il visitatore extramondano viene risvegliato dalle orribili "cose", esseri singoli e slegati tra loro, imperscrutabili e inconoscibili per una forma di vita complessa e plurale (ogni parte in cui si frammenta, è parte di lui stesso). Anche in questo caso l'incomunicabilità conduce al gioco della eliminazione totale da parte di uno o degli altri. 

Un po' furbescamente il racconto riprende i personaggi del film di Carpenter per questo ribaltamento di prospettiva ma il meccanismo funziona alla meraviglia e il sapore è quello della vecchia fantascienza con cui sono cresciuto.

I due racconti sono pubblicati nella collana "Bus stop - Robotica" di Delos Digital a un prezzo irrisorio quindi non avete scuse per non leggerli (detrattori della lettura digitale a parte :P).

giovedì 20 marzo 2014

Hypgnosis: echi di memorie universali

Icy wind of night be gone
This is not your domain
In the sky a bird was heard to cry
Misty morning whisperings
and gentle stirring sounds
Belied a deathly silence
That lay all around.

Si apre sulle note di "Grantchester Meadows" il documento audio-visivo, tratto da un documentario mai completato, su uno dei più notevoli illustratori del rock: "Echoes, dai Pink Floyd ai Muse, la cover art secondo Storm Thorgerson (Hipgnosis)".

Fin dall'inizio, scegliendo un pezzo più watersiano che pinkfloydiano, è chiara l'impostazione: non si tratta di un documentario sui Pink Floyd nonostante ne siano la colonna sonora, giusto compenso a Thorgerson che, accompagnandoli praticamente dall'inizio alla fine della loro storia, fu il loro narratore visivo.
Thorgerson parla di Grantchester Meadows, prati e campagna appena fuori da Cambridge, inizio pastorale di una storia compartecipata che riuscì a relazionare musica e immagini e a farle diventare memoria universale.

E, a seguire, il rullo scorre a raccontare luoghi e rapporti, idee e realizzazioni, un percorso sottolineato dalla musica dei Pink Floyd che parte dalla visionarietà barrettiana, passa per la liberazione da Barrett e diventa storia e simbolo.
Scorrono immagini dell'UFO Club, di "Pink Floyd at Pompeii", copertine di album (non solo floydiani: Genesis, Led Zeppelin, Nice, Gabriel, Cranberries, Muse) che sono storia del rock (beh, magari non proprio tutti gli album), interviste a Thorgerson e Nick Mason e video musicali mentre l'anima del pinkfloyiano vibra ai suoni di "See Emily Play", "Interstellar Overdrive", "Money", "Time", "Shine on You Crazy Diamond", "Wish You Were Here", "Learning to Fly" e altro.

E' un percorso che parte dalle viscere del proprio vivo passato, si racconta e ti racconta, ti stordisce con la bellezza e la semplicità dell'uomo che ironicamente perplesso osserva come milioni di persone abbiano in casa una sua opera senza sapere minimamente chi lui sia.

Il documentario è stato curato da Mark Wonden, Claudio Giorni e Luigi Pedrazzi
All'evento, che si è svolto presso la Mediateca Santa Teresa di Milano nell'ambito della rassegna "Visionica", mi ha invitato Nicola (Grazie, Nik!) che, con la sua casa di produzione Torrevado, è parte attiva della produzione.



sabato 1 marzo 2014

Echi di anni '80

Ho saltato gli anni '80 in blocco.
Musicalmente parlando, intendo.
Rock, intendo.
Legato alle sonorità della psichedelia e del prog dei '70, mi muovevo abbastanza disinteressato tra le cose nuove: insomma mi sono perso la new wave sulla scia del mio rifiuto di quel momento di rottura che fu il punk.
Negli anni novanta cominciai il ripasso di quanto avevo perso: da questa parte dell'oceano U2 e Simple Minds avevano tenuto banco, dall'altra parte dell'oceano mi ero perso R.E.M., Talking Heads e Sonic Youth.
Un disastro, insomma.

Ma rimaniamo da questa parte: U2 e Simple Minds che nascono newwavers e poi diventano altro.
I primi due album degli U2 e i primi quattro dei Simple Minds non lasciavano presagire la rincorsa reciproca e la rincorsa all'arena rock: sono gioiellini densi, momenti di arricchimento della frattura punk (arricchimento per il quale maggior credito penso vada dato ai  Clash).
Gli U2, dopo il noiosissimo e autocelebrativo "Ruttle and Hum" (come già detto da altre parti, a mio parere uno dei live più brutti e pesanti della storia del rock), provano a cambiare marcia (come il Bowie berlinese) e sfornano una doppietta interessante; i Simple Minds si autoreplicano all'infinito, forse sentono di avere in qualche modo perso la sfida diretta con i rivali, forse sono semplicemente più onesti e vogliono rimanere sé stessi.
I due gruppi arrivano a oggi e dove gli U2 diventano delle assolutamente dimenticabili ombre, i Simple Minds riescono ancora a comunicare, ad apparire freschi e a riscuotere tuttora la mia simpatia (gli U2 proprio no).
Simpatia che continuo a rivolgere anche a gruppi come Tears for Fears e Depeche Mode, già conosciuti anche nel loro periodo giusto.

E poi, piano piano, vado a riscoprire quello che mi era rimasto nascosto e, dopo i Bauhaus già citati in precedenza, mi rendo conto che, tra i tanti, Echo & the Bunnyman stanno una spanna sopra a U2 & Simple Minds. Anzi, di più: ci stavano negli anni '80 e ci stanno pure ora.

E' da una settimana che tengo in macchina "Siberia", il loro album del 2005 (grazie, Giampaolo!) e ora sto godendomi i primi cinque album.

Questa la prima traccia del loro primo album, "Crocodiles" (1980):

E questa la prima traccia di "Siberia" (2005): 

E, ah!, sta per uscire ora il loro nuovo album: "Meteorites".

Insomma, non si smette mai di imparare.
E di vivere il piacere della musica. :)

sabato 15 febbraio 2014

"T'innamorerai dei Genesis lent(e)amente"

"T'innamorerai dei Genesis lent(e)amente" sta scritto nella parte interna della copertina del mio vinile di "Foxtrot". Riascoltando tutto quello che ho in casa dei Genesis mi è tornato in mente questo particolare e la storia dietro.

Correva un anno tra "Wish You Were Here""The Wall" (si capisce tra poco perché misuro il tempo a Pink Floyd), frequentavo lo scientifico a Monza (il Frisi) e la classe era distribuita tra genesiani e floydiani con qualche infiltrazione beatlesiana e yessiana.
Un giorno, facendo i pirla in un corridoio della scuola (nel mio caso la tradizione continua), Nicola, genesiano convinto con tanto di voce gabrielliana, mi fece saltare gli occhiali che crollarono rovinosamente sul pavimento. 
Niente di tragico, non era nemmeno una zuffa, ma qualche giorno dopo Nicola mi regalò quel vinile con tanto di dedica tematica e io mi sentii in dovere di concedere maggiore spazio al prog sottraendolo agli amati Pink Floyd (e al resto: Beatles, Stones, Procol Harum, Jethro Tull, studio, ecc.).
Ecco i Genesis comunque non sostituirono mai i Pink Floyd nel mio cuore ma Peter Gabriel assurse allo stato di divinità e gli album fino a "The Lamb Lies Down On Broadway" divennero parte del mio sostrato musicale.


Ah! Sono andato a recuperare l'impolverato vinile per rileggere la dedica e ritrovarmi a sorridere ed eccolo qua di fianco. :)
L'anno era il 1978 (quindi, correttamente, tra "Wish You Were Here" e "The Wall" e, più precisamente, tra "Animals" e "The Wall").



Scrivevo poi il seguente commento su Facebook, qualche giorno fa, mentre ero al riascolto di "Seconds Out"

"... che, comunque, anche se non c'è Gabriel e con Collins che cerca di essere Gabriel (il che mi fa tanto innervosire), "Seconds Out" continua ad essere un live of the madon. Augh, ho detto!"

Con mio piacere, è intervenuto Nicola per affermare "Capolavoro Immortale. Su Filippo dissento, meno epico ma piu' etereo di San Pietro. Supper's ready e Cinema show rivisitate da par suo".

Ho replicato allora: "È proprio che a me lo zio Filippo è sempre stato sulle balle e, per me, i Genesis sono i Genesis fino al '74 (con una coda simil-Genesis fino a Seconds Out e non oltre)".

(Noto che le mie conversazioni continuano ancora oggi ad essere noiosamente a tema musicale, proprio come ai tempi del liceo. :D)

Mantengo comunque le mie posizioni per quanto riguarda Collins tanto che avevo comprato l'album dei Genesis che uscì dopo il suo abbandono,"Calling All Stations", quasi per celebrare l'evento: ci canta Ray Wilson, che non è forse all'altezza di Collins (sicuramente non di Gabriel), ma che, insieme a Banks e Rutherford, riesce a ridare ai Genesis una dimensione meno sfacciatamente pop e autocompiaciuta.



Non mi spiego il perchè questo post se non con il piacere di tornare di nuovo con la memoria a quei tempi e per ringraziare di nuovo Nicola che coraggiosamente mi ha pure scovato su Facebook trent'anni dopo che ci eravamo visti per l'ultima volta e che, sempre coraggiosamente, cerca ogni tanto di strapparmi al mio modo di vivere un po' appartato.


martedì 11 febbraio 2014

Altre tre in breve (sempre con postilla)

Potrei prenderci gusto nelle notizie in breve (salvo smentirmi come faccio sempre)...


1. Emiliana Torrini è tornata col suo quarto lavoro, "Tookah" (2013), rimanendo ancora in bilico tra pop song e vocazione cantautorale in perfetta prosecuzione col procedente "Me and Armini" (2008).
Noto che anche la Torrini è tirchia in quanto a uscite ma, probabilmente, questo le consente di mantenere alto il livello qualitativo e questo è bene.



2. Anche Suzanne Vega torna dopo sette lunghi anni con del materiale originale, "Tales from the Realm of the Queen of Pentacles" (2014), dopo avere pubblicato quattro album in cui è andata a rivisitare il suo vecchio materiale (la serie "Close-Up", ordinata per tematiche: Love Songs, People & Places, States of Being e Songs of Family).
Suzanne Vega aggiorna il suo riconoscibile modello cantautorale alla sua maturità e ai tempi e, nella sua immutata apparente semplicità, affascina come ai tempi di "Solitude Standing" (1987), album feticcio degli anni '80 e forse, tra i suoi, quello a cui si accosta maggiormente quest'ultimo.



3. Post-Punk, Gothic Rock, Glam Rock, New Wave o Alt-salcazzoche, definiteli come vi pare ma è appena uscito un cofanetto dei Bauhaus che raccoglie "In the Flat Field" (1980), "Mask" (1981), "The Sky's Gone Out" (1982), "Burning from the Inside" (1983) e "Singles" (2013), cioè tutto quello che serve dei Bauhaus (se non consideriamo il doppio live "Gotham" (1999) che ha il suo bel perchè pur essendo una reunion del '98).
Insomma, sto parlando di Peter Murphy e dei Bauhaus, mica cazzi: andate di corsa a (ri)ascoltarli e io ci metto pure una mia foto, in sovrappiù.




Postilla: sto passando la giornata ad ascoltare, tra dolori alla testa e alla schiena, gli album dei Genesis (quelli veri, con Gabriel, per intenderci appena pubblicato il post ho fatto partire "Seconds Out" quindi mi tocca già mettere una correzione :D) e vengo colto da nostalgie per tempi e persone, per ricordi che si condividono separatamente, figura ossimora di disagio.


A poi...



domenica 2 febbraio 2014

Tre in breve con postilla

Ve lo dico in breve dato che, come noto, non direi niente di più di quello che vado a sintetizzare.

1. L'ultimo album dei Mogwai, "Rave Tapes", conferma il proseguimento del loro percorso sulla scia di "The Revenants" lasciando comunque trasparire che loro sono sempre i Mogwai, cazzo!, e che ciò che spiccava nel grande spazio non meglio definito del post-rock non ha bisogno di stare dentro una labile classificazione per continuare a spiccare.



2. Le Warpaint ci hanno messo un po' (quattro anni) per rilasciare il loro secondo album, "Warpaint" (la fantasia dei titoli delle seconde opere, a volte, è sconcertante), ma rendiamo comunque grazie perché le idee si sono ben amalgamate e ne risulta un lavoro omogeneo che ben conserva il loro personalissimo sapore.




3. Il rock leggero, un po' sperimentale e sfumato di elettronica, dei Braids si ripropone calcando maggiormente la mano sul lato elettronico nel nuovo "Flourish//Perish" (2013) e i vocalizzi di Raphaelle Standell-Preston mi mandano definitivamente fuori di testa.



Post scritto con sottofondo di Enrico Rava ("Quotation Marks", 1976), che non c'entra una beata fava con i tre sopra. :D



Saluti, a presto? Boh.