sabato 31 marzo 2012

Luna!

Segnalatomi da Bretella un bel po' di tempo fa e stante le mie naturali smemoratezza & pigrizia, solo un paio di settimane fa mi sono deciso a recuperare "Luna?", un saggio di Paolo Attivissimo che va a smontare il complottismo lunare già dal sottotitolo "Sì, ci siamo andati!".

Questa non vuole essere una recensione del lavoro: ruberò dalla sua pagina su "Complotti lunari" qualche informazione, giusto per ingolosirvi. Semplicemente voglio spendere qualche parola come sentito ringraziamento per avermi fatto ritrovare nella lettura quello che è stato uno dei momenti più emozionanti che ho vissuto: lo sbarco dell'uomo sulla Luna. Per questo, come titolo del post, ho scelto di mutuare il punto interrogativo in punto esclamativo.

Avevo quasi otto anni il venti luglio del 1969 e, come tanti in occasione di quell'evento, avevo la percezione di questo "balzo per l'umanità". Una percezione che univa orgoglio, speranza e senso del meraviglioso (sarà anche per questo che poi sono diventato un assiduo lettore di fantascienza). Emozione ripetutasi, magari con meno intesità rispetto al primo, ad ogni successivo allunaggio. Emozioni che si sono sedimentate quando, purtroppo, nel 1972 le esplorazioni lunari, da "balzi" che erano, diventarono storia.

A una prima parte che ripercorre la corsa alla Luna di sovietici e americani e che va a dettagliare l'aspetto tecnico, andando ad evidenziare quei particolari che i complottisti lunari vogliono assumere come prove a favore delle loro tesi negazioniste, segue una seconda parte dove vengono analizzate (e smontate) queste tesi. E poi altro ancora: gli incontri con gli UFO tenuti segreti, come discutere con i lunacomplottisti, i veri segreti della Luna (dove si anticipa un futuro saggio di Attivissimo sulle missioni spaziali), una esaustiva bibliografia.

Paolo Attivissimo, conosciuto anche come "Il disinformatico", è da anni attivo sul web come divulgatore tecnologico/informatico e cacciatore di bufale (informatiche, lunari e complottiste relative all'11 settembre).
Il suo blog lo trovate all'indirizzo attivissimo.blogspot.it.
Il saggio lunare è meglio presentato su questa pagina del blog "Complotti lunari" dove, tra le altre cose, vi si informa che il testo, in continuo aggiornamento, è disponibile in formato sia cartaceo che digitale (epub drm free, pdf o kindle).


lunedì 26 marzo 2012

Risonanze



Una carrellata di pezzi che ultimamente mi si sono presentati davanti quasi casualmente.

Dedicata agli elementi che risuonano...




Per cominciare una rivisitazione di un classico (fine anni '70) degli Knack:
KT Tunstall & Keren Ann: "My Sharona"


Dal secondo album di una interessante voce dell'indie milanese:
Taglierò il mio nome
Chiuderò le labbra
Ci lasceremo il privilegio di...
Non conoscerci ancora

Una recente scoperta, definita da qualcuno un lungo lamento:
Julia Holter In Concert (NPR)


Echi, risonanze...


Altri echi, altre risonanze...
You talk to me
As if from a distance
And I reply
With impressions chosen from another time, time, time,
From another time.

Brian Eno: "By This River"


Un po' di sete di sangue:
Hunting high and low to seek revenge
Brand new moral code got made reluctant renegade
Leaving empty souls when he avenged
Evil spirits flowed he drank the blood like lemonade.


Giochi di percussioni e fiati:
Marilyn Mazur & Jan Garbarek: "Clear"


Necessità di rallentare:
Hey man slow down, slow down
Idiot slow down, slow down.


Come!
Come out, come on, come outside...
Anaïs Mitchell: "Your Fonder Heart"


Ma, se solo potessi...
I'd rather feel the earth beneath my feet
Yes I would, if I only could, I surely would.


E, infine, fresco di giornata (il nuovo album è previsto per maggio):
Sigur Rós: "Ekki múkk"

giovedì 22 marzo 2012

Inauguriamo la primavera al Tambourine

Half/Redo (foto di Roberto Trivella)
Serata interessante al Circolo ARCI Tambourine di Seregno la sera del 21 marzo, secondo giorno di primavera (Anno bisesto, equinozio più lesto). In cartello: poesia, Half/Redo e 2Pigeons.

Allegramente scarrozzato da Woodears, arriviamo leggermente in ritardo rispetto all'orario annunciato ma comunque in anticipo rispetto all'apertura delle danze: c'è il tempo di fare la tessera ARCI, prendere un bicchiere di merlot (a testa) e sistemarsi a un tavolino quasi sotto il palco ("Tavolini? Hanno messo dei tavolini? Comodo!").

Prendiamo possesso del tavolino occupandolo con 2 bicchieri, 2 Samsung Galaxy S2 e 2 Nikon Coolpix S8000 (a volte ho l'idea che Woodears mi emuli... ma penso sia solo una fissa mia). E come tocco finale Woodie pianta in mezzo a tutto quanto il Fabello: "Sai, prima che comincino mi do una spruzzatina" mi dice e io annuisco convinto (non so il Fabello se sia ancora in commercio; pare che lui se lo procuri tramite un losco contatto da un mobiliere di Cantù; in ogni caso il Fabello è, in pratica, il suo personale Ubik che lo mantiene legato alla realtà sonora).

E si va ad incominciare. La prima performance è una sorta di gara di poesia o di lettura & recitazione o qualcosa del genere. Assistiamo alle esibizioni di una lei e di un lui. Impassibili. Personalmente non ho provato grandi brividi ma, forse, perché non sono sufficientemente preparato. Woodears è rimasto nel suo classico stato catatonico da cui ho dovuto risvegliarlo con una spruzzatina di Fabello.

Il primo bicchiere di vino è spaventosamente prossimo ad essere vuoto.

Tocca ad Half/Redo che io insisto a pronunciare in un inglese quasi perfetto mentre Woodears lo chiama semplicemente Alfredo ("Ma secondo te si chiamerà davvero Alfredo?").
Chitarra e loop: un continuo ripercorrersi sopra, di variazione in variazione. Molto interessante, devo dire. Non so che effetto possa fare se non lo stai a guardare ma dal vivo rende decisamente bene.
L'uomo è totalmente immerso nei suoi percorsi tanto che il cronometrista ufficiale ha difficoltà a comunicargli che il suo tempo è scaduto. Ci pensa una flashata dal pubblico ad attirare l'attenzione di H/R che annuisce e provvede al fade out.
 
2Pigeons (foto di Fabio R. Crespi)
La mia innata pigrizia mi costringe a chiedere gentilmente a Woodie di provvedere al riempimento dei bicchieri ormai vuoti. In realtà è un ricatto: ho nascosto il Fabello e Woodears farebbe di tutto per riaverlo indietro. Nel giro di un minuto abbiamo i bicchieri di nuovo pieni di merlot, gli restituisco il Fabello (un'altra spruzzatina ci vuole) e stiamo per arrivare al dunque: arrivano sul palco i 2Pigeons.

Li ho visti per la prima volta nel 2008, mi pare: facevano da apertura a Beatrice Antolini. Stavano lui alle tastiere e lei alla voce + giocattoli rumorosi vari e proponevano una musica bella densa, ritmata e un po' storta. Avete presente le Cocorosie? Ecco non c'entrano nulla, a parte i giocattoli rumorosi.
Comunque lui è Kole Laca aka Pigeon1 ed è un gran tastierista che spara le sue onde sonore attraversando un po' tutti i generi: si sente parecchia derivazione trip-hop, ma anche dance, etno, urban techno, jazz; lei, Chiara Castello aka Pigeon2, ha una gran voce e un modo di cantare che ricorda Bjork, Harvey, Amos, Gibbons e Skye all-in-one. Ah,. lei non usa più i giocattoli ma percuote.

 
Questo video è stato preso da YouTube
ed è di un altro loro concerto.

Il concerto è denso e, come tutte le cose che piacciono, sembra volare. Alla fine non posso fare altro che andare al banchetto a recuperare i loro due album: "Land" (2009) e "Retronica" (2012, uscito di fresco).

La serata al Tambourine finisce come segue
Per me: sigaretta, chupito, chupito, sigaretta. Per Woodears: Fabello, catatonia, catatonia, Fabello (Woodie non fuma e, oltretutto, deve guidare).
Usciamo.
Andiamo alla macchina.
Torniamo verso casa mia.
Arriviamo.
Saluti.
Woodears riparte.
Alla prossima.

Coda: Woodie ha letto il resoconto in anteprima e ha minacciato di togliermi l'amicizia dalla vita reale (non da Facebook perché, dice lui, posto cose interessanti) perché in questa storiella gli faccio fare la figura del peerla. Allora gli ho promesso che l'avrei aiutato a recuperare dell'altro Fabello e... amici come prima!

domenica 18 marzo 2012

Il tempo delle rose

Forse sarà l'aria della primavera che mi porta a una tensione verso la leggerezza ma questo "Roses" dei redivivi Cranberries pare capitare proprio nel momento giusto.

Intendiamoci: i Cranberries non sono una delle band rivoluzionarie del rock ma solo uno degli aspetti del brit-rock degli anni '90. A me sono sempre stati simpatici (per questo ne parlo ora) e la voce della O'Riordan mi ha sempre mosso qualcosa dentro.

Una carriera bruciata in fretta, la loro: sono partiti benino con i primi due album ("Everybody Else Is Doing It, So Why Can't We?" del 1992 e "No Need to Argue" del 1994) e andati in totale confusione con il terzo ("To the Faithful Departed" del 1998). Ritrovano la rotta alla quarta uscita ("Bury the Hatchet" del 1999) cedendo decisamente al lato pop mainstream ma alla quinta uscita ("Wake Up and Smell the Coffee" del 2001) scoprono non aver più nulla da dire e proporre. 

Di fatto, dopo una decina di anni di presenza sulla scena, di loro resta memorabile praticamente soltanto quello che si può considerare uno degli anthem degli anni '90: "Zombie".  


Dopo un'altra decina di anni di silenzio, interrotti da due album solisti -discreti senza essere eccelsi- di Dolores O'Riordan ("Are You Listening?" del 2007 e "No Baggage" del 2009) cominciano a girare le voci di una reunion e di un nuovo album.
"Roses" è uscito proprio questo mese e all'ascolto riporta ai primi Cranberries e, certamente, non si può parlare di novità e nemmeno di evoluzione o di adeguamento ai tempi correnti delle loro sonorità.
Però sembrano essersi ridimensionati, pur rimanendo chiaramente in un ambito mainstream, e avere trovato l'equilibrio giusto per proporsi, magari a un pubblico già vecchio, con una certa modestia e con una certa sincerità e leggerezza. La leggerezza della primavera, insomma.
E, scusate, ma la leggerezza ogni tanto a me risulta necessaria.

Ecco il video di uno dei nuovi pezzi, "Tomorrow":


Ah! La deluxe edition (ebbene sì, ci sono ricascato) contiene come bonus il cd del concerto tenuto a Madrid nel 2010 con tutti i maggiori successi della loro carriera. Peccato che la qualità sonora sia equivalente a quella di un bootleg scampato per sbaglio alla pattumazione.



lunedì 12 marzo 2012

Finalmente su Barsoom

Avevo tredici o quattordici anni quando mi innamorai di Dejah Thoris, la rossa principessa di Marte (nell'immagine a lato insieme a John Carter nell'illustrazione di Frank Frazetta per l'edizione Doubleday di "A Princess of Mars" di Burroughs pubblicata nel 1970).

Era il periodo della mia formazione fantascientifica: andavo con una certa frequenza alla biblioteca civica di Monza a prelevare ("al massimo due libri per volta") tutti i volumi color argento e oro dell'Editrice Nord. "John Carter di Marte" di Edgar Rice Burroughs fu uno dei primi "prelievi", insieme a "Aarm Munro il Gioviano" di John W. Campbell Jr., "Fabbricanti di universi" di Philip J. Farmer e "Dune" di Frank Herbert.

Negli anni '70 la fantascienza era in piena new wave: i quattro romanzi citati sopra, invece, erano già dei classici e "John Carter", addirittura, era un pre-classico precedente all'età dell'oro della sf (più che science fiction, ora viene classificato come science fantasy), scritto ancora prima che l'autore si dedicasse al suo personaggio più famoso: Tarzan.

Pertanto è con una certa apprensione che sono andato al cinema a vedere la versione Disney di "John Carter" (non "di Marte" per problemi di marketing scaramantico) di Andrew Stanton tratta dal primo romanzo ("A Princess of Mars" o "Under the Moons of Mars") di una serie di una quindicina tra romanzi e racconti, scritti tra il 1912 e il 1943, che compongono il Ciclo Marziano .
Se non avessi avuto tra i capisaldi delle mie letture adolescenziali i romanzi di Burroughs mi sarebbe sembrato solo l'ennesimo film d'avventura come altri (mi viene in mente, a paragone, "Prince of Persia" di Mike Newell), abbastanza ben confezionato e assolutamente prevedibile nello svolgimento della trama (già comunque non particolarmente complessa nel romanzo stesso).

Invece, per fortuna, i ricordi (piuttosto sfumati, in realtà) sono entrati in risonanza e, finalmente, mi sono trovato proiettato su Barsoom con i suoi uomini verdi alti tre metri e con quattro braccia, le scimmie bianche, gli uomini rossi e le navi volanti. E, in particolare, è stata proprio la scena in cui compaiono le navi che solcano la luce a farmi tornare indietro a riprovare il brivido del meraviglioso. Unica scena, tra l'altro, meritevole del 3D che si rivela, per l'ennesima volta, del tutto superfluo.

Ah, la principessa Dejah Thoris (interpretata da Lynn Collins) me la immaginavo di pelle molto più rossa ma ho apprezzato lo stesso. ;)

giovedì 8 marzo 2012

Invasioni silenziose e stazioni spaziali

Capita ancora di leggere fantascienza, scritta in tempi cyberpunk o post-cyb, che ha la straordinaria capacità di riportarti alle dimensioni della fantascienza "classica".
In questa sfera rientrano due racconti lunghi di Lucius Shepard che ho letto recentemente e che riportano l'attenzione sulle persone, sull'essenza del vivere piuttosto che sul rapporto, conflittuale o meno, tra umano e tecnologia tipico di gran parte della produzione attuale.

"Le stelle senzienti" ("Stars Seen through Stone", 2007) ha l'ambientazione della piccola città di provincia, quelle delle classiche invasioni silenziose (a me, pur essendo un'altra storia, è passato per la mente "Gli strani suicidi di Bartlesville" di Fredric Brown).
La vicenda di "Solitaire Station" ("Barnacle Bill the Spacer", 1997) si svolge su una classica stazione spaziale, una di quelle da cui partono le astronavi (quelle che non si sa dove finiscano una volta partite) alla ricerca della nuova frontiera.

Entrambe le storie hanno la particolarità di avere un protagonista nel ruolo di osservatore degli eventi e un coprotagonista, brutto-sporco-e-nonpropriocattivo, che è il fulcro attorno al quale si allargano le narrazioni. Lo Stanky, cantore dal carattere involuto, della cittadina americana e il Bill, ritardato e miracolato per non essere stato sparato nel vuoto al momento della nascita, sono persone per cui è difficile provare simpatia o, addirittura, nei quali trovare immedesimazione. Sono i mal sopportabili e mal sopportati "diversi" che vengono presi sotto tutela dai protagonisti per quella che si può definire una forma di umanità minima che il senso della civiltà imporrebbe.

Forse il produttore discografico, che sa riconoscere la genialità di Stanky, incidentalmente potrebbe guadagnarci ma questa non sembra essere la motivazione principale che lo muove. Forse il responsabile della sicurezza della stazione spaziale vuole evitare che il comportamento di Bill e le reazioni degli altri possano diventare una minaccia per la tranquillità del suo piccolo mondo. In entrambi i casi i protagonisti si fanno carico di una responsabilità verso i "diversi" ma non assumono del tutto il ruolo di maestri e guide quanto quello di accompagnatori che però non riescono ad evitare che si arrivi ad un punto di rottura che sfugge al loro controllo.

Gli elementi fantastici, ben presenti in entrambi i racconti, non spostano l'attenzione dai meccanismi della narrazione: le luci che donano capacità nuove (e che poi vengono malamente riassorbite) a persone che, prima, erano assolutamente "normali" o il tratteggio di un pianeta in preda a una deriva etica e una microsocietà claustrofobica sospesa nello spazio e in bilico tra il brutto (e il bello, facendo riferimento ad affetti familiari abbandonati) che si è lasciati indietro e il vuoto che si spalanca davanti (le astronavi non tornano indietro per annunciare nuove possibilità) sono solo il contesto, ben evidente e tratteggiato, non privo di elementi che fanno scattare l'inquietudine davanti al mistero o il senso del meraviglioso.

Ma le storie sono storie di umanità vera e attuale, sono storie nostre: siamo noi nella nostra essenza a volte misera, a volte fanatica, a volte illuminata, a volte travolta dagli eventi, a volte riscattata dalla ragione.

Entrambi i racconti sono pubblicati da DelosBooks e sono disponibili sia in versione cartacea che digitale (DRM free).

lunedì 5 marzo 2012

Esuberanza vs. depressione

Un esempio di schizoeccitazione: esuberanza vs. depressione.
 
Psichedelia, ma non solo, per "Illuminated People", debutto degli Islet, quartetto gallese di art-avant-pop che rimescola di tutto (tutto quello che e' post-qualcosa, alt-qualcosa e anche qualche altra cosa) e in piena libertà tanto da riuscire a sfuggire ad una classificazione precisa, sempre che se ne senta proprio la necessità.

Uno di quei colpi di fulmine istantanei che mi prendono ogni tanto, insomma, partito da qui:


Nell'album ci finisce di tutto, probabilmente per esuberanza, ma ci sono i presupposti per aspettarsi altro materiale interessante.


Quasi in contemporanea all'uscita del lavoro degli Islet, l'austriaca Anja Plaschg pubblica "Narrow", sotto il moniker Soap&Skin.
Conosciuta grazie alla segnalazione dell'amica Alessandra (che ben conosce il mio lato oscuro) quando uscì il suo primo lavoro "Lovetune for Vacuum" (2009) e già abbastanza colpofulminato allora, ho preso al buio anche questo. La delusione di avere tra le mani una specie di EP lungo (circa mezz'ora di durata) viene compensata dalla densità dell'interpretazione dei pezzi. 
A paragone, il primo nome che viene in mente è sicuramente quello di Nico (e quindi è quasi una sorta di re-innamoramento); altri spendono come riferimenti Carla Bozulich/Evangelista (più incazzosa e meno intimista, secondo me) o addirittura Diamanda Galas (più autocompiacente nel suo essere inarrivabile).
Lascio parlare la musica tanto perché possiate farvi una vostra idea: